Vivere Vegan:

cruelty free e salutista 

L'essere vegano è sicuramente un tipo di approccio alla vita, non è solo una dieta.

La dieta è, sicuramente, una parte molto importante della nostra vita, del nostro presente ed ha il potere di influenzare il nostro futuro. La dieta è legata, a doppio filo, alla nostra cultura, alla nostra essenza più profonda, alle nostre tradizioni. Ovviamente dieta intesa come regime alimentare, insomma, a quel complesso che comprenda tutto quello che ingurgitiamo. Noi italiani siamo stati fortunati. Non uso il presente, perché mi riferisco, purtroppo, al passato. Oggi, la maggior parte della popolazione ha lasciato quel cibo "da poveri" ed ha abbracciato un regime alimentare da "ricchi". Insomma, ci illudiamo di essere ancora i detentori della, cosiddetta, dieta mediterranea ma, di contro, ci stiamo allontanando sempre più dalle origini. Obesità e malattie metaboliche ci assediano e ci rendono parte della globalizzazione. Viviamo schizzofrenicamente bombardati da mille informazioni, mille verità tutte in contrasto tra loro. Risultato: non ci capiamo nulla e mangiamo un po di tutto, così non farà male, pensiamo, purtroppo sbagliando. Questo è il frutto di campagne pubblicitarie e battage mediatici ispirati da interessi economici faraonici. Chi c'è dietro i messaggi che riceviamo e che ci confondono? La risposta è semplice: associazioni degli allevatori e dei produttori di carne, di latte, di uova, dei loro derivati. Queste associazioni investono in campagne pubblicitarie ed in paralleli corsi e convegni "formativi" per medici e sanitari, sponsorizzano iniziative "benefiche" e finanziano borse di studio, donano apparecchiature medicali ad ospedali e centri di ricerca così da poter affiancare i loro nomi ed i loro marchi ma soprattutto i loro prodotti,  al concetto di salute, a quello di benessere, di vita sana. 

 

Così, dal secondo dopoguerra, i consumi di carne (anche quella di pesce è carne) sono schizzati in alto tanto da farci raggiungere, pro-capite, i consumi degli USA, con i nostri 140 kg all'anno, erano meno di 20 fino al 1950. Le malattie metaboliche, prima quasi sconosciute nella nostra popolazione, hanno visto nello stesso periodo, un incremento drammatico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui sopra un grafico della tendenza in costante crescita del diabete in questi ultimi anni. Le nostre malattie metaboliche, come tutte le altre, sono sicuramente condizionate dalla dieta. Chiaramente gli stili di vita mutati, la maggiore sedentarietà, l'inquinamento del suolo, dell'aria, dell'acqua e quindi del cibo, sicuramente non possono che influire anche nella maggior incidenza di questi complessi malanni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistono, poi, una serie di sostanze, anche molto diverse tra loro che hanno un'azione xenoestrogenica, che interferisce, cioè, con i nostri ormoni mimandoli. Giusto qualche esempio, per capirci: il propylparaben e il butylparaben (usati come conservanti in molti prodotti cosmetici, sia destinati ad essere risciacquati, come shampoo e docciaschiuma, ma anche destinati a rimanere a contatto con il corpo, come creme e deodoranti), un filtro solare tra i più comuni, l’ethylhexyl metoxycinnammate (chiamato in etichetta OMC) usato nelle protezioni solari veri e propri ma anche in burro cacao o creme.

 

 

 

 

 

 

Essere vegan, vuol dire essere attenti all'ambiente, ai suoi abitanti in toto e quindi alla salute. Una menzione spetta di diritto al Bisfenolo A, da qualche anno vietato nei biberon, ma comunemente impiegato nella produzione di plastiche e resine. Non ci si può mai finire di stupire se poi è stato trovato anche in molti cibi in scatola visto che il rivestimento interno delle lattine spesso viene rivestito con questa sostanza. Un recentissimo studio realizzato in Australia, dal Baker Institute di Melbourne, ha rilevato alti tassi di BPA (Bisfenolo A) nel 95% dei campioni di urina analizzati di 755 volontari. Tra questi,  chi aveva i tassi più alti di BPA è stato dimostrato avere il doppio delle probabilità di sviluppare a breve diabete di tipo 2. E' stato svelato il meccannismo: il BPA interferisce con il controllo dello zucchero nel sangue legandosi ai ricettori ormonali nel fegato, cambiando la maniera in cui l'insulina è regolata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Nuovi nemici bussano alla porta, anzi sono già in casa. Parlo dei composti perfluorati, quali Pfos e Pfoa, utilizzati, ad esempio, per rendere antiaderenti le padelle ma anche per impermeabilizzare a grasso e umidità gli imballaggi di carta e cartone usati dalle principali catene di fast food. 

 

 

 

 

 

Gli ftalati sono, invece, sostanze chimiche utilizzate per ammorbidire le materie plastiche. Le norme europee e nazionali li tollerano solo in dosi molto basse nei giocattoli per bambini sotto i 3 anni, che i piccoli masticano e succhiano volentieri, anche se i più rischiosi sono quei prodotti, come i tappetini-puzzle, che i bimbi finiscono comunque per mettere in bocca. Inoltre, gli ftalati possono essere presenti anche in alcune pellicole per alimenti. Sono utilizzati anche nei profumatori per ambiente, articoli che, per molti aspetti sarebbero da evitare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esistono, poi, sostanze “candidate” all'ingresso nella categoria degli interferenti endocrini, perché sospettate ed in fase di studi, come per il triclosan, che comunque rimane sconsigliabile per altre criticità sulla salute. Altri noti interferenti endocrini, invece, come i policlorobifenili (o PCB) e alcuni pesticidi, nonostante siano vietati da tempo, continuano a essere rilevabili nell'ambiente e nella catena alimentare.

 

 

 

 

 

Ma quali sono gli effetti di queste sostanze, tutte ricadenti nella grande categoria degli interferenti endocrini, nel nostro organismo? Come si è detto sopra, il loro grado di pericolosità è, intuitivamente, molto elevato, visto che sono in grado di mimare o bloccare l'azione di alcuni ormoni. Il problema sta nella loro struttura chimica, molto simile a quella di alcuni ormoni animali. Agiscono in maniera subdola, alterando i segnali ormonali degli esseri viventi. Una delle cause della loro pericolosità e dovuta alla concentrazione. Gli animali che mangiamo sono dei grandi concentratori, noi cibandoci di un concentratore a nostra volta concentriamo un concentrato, alla lunga i nostri concentrati accumulano nei nostri organi queste sostanze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E siamo arrivati fino a qui sfiorando i principali argomenti. Ma un cenno va fatto alla farmacoresistenza, ossia alla resistenza acquisita dai patogeni ai farmaci indotta da un uso prolungato, improprio, a dosaggi diversi da quelli terapeutici.  Questo porta alla riduzione dell'efficacia di un farmaco nel trattamento di una malattia o nella cura di uno o più sintomi. Grazie a questo processo il trattamento prima tossico per i patogeni ora diventa tollerato. Qui entriamo nell'uso, in zootecnia per esempio, degli antibiotici o dei sulfamidici (antibiotici di sintesi). Un dato per far capire la portata del problema: in Italia il 50% del consumo degli antibiotici avviene negli allevamenti di polli, tacchini e suini. Il modello moderno di abbattimento dei costi di gestione, prevede l'allevamento intensivo: decine di migliaia di animali tenuti chiusi in spazi innaturali, ammassati e premuti uno sull'altro, con pochissima aria, in un letto di feci altamente ammoniacali, quindi urticante, soprattutto per le vie aeree e gli occhi. In queste condizioni è facile ammalarsi. Ma gli allevatori non si possono permettere perdite oltre le percentuali messe a bilancio. Quindi uso preventivo di farmaci e soprattutto di antibiotici anche in associazione tra più principi attivi, per tempi molto lunghi e con dosaggi spesso più bassi di quelli terapeutici. Questa pratica, prima ammessa ed ora, solo in teoria vietata, è l'uso auxinico di queste sostanze. Già nei primi anni 50 del secolo scorso, negli Stati Uniti, alcuni ricercatori si erano accorti che basse dosi di antibiotico favorivano lo sviluppo ponderale degli animali allevati. Ecco il motivo di questa pratica. Ingrassare in fretta, significa risparmiare tempo e soldi a chi gestisce la catena di produzione della carne. Ma un abuso del genere è alla base della farmacoresistenza oggi divenuto un vero problema.  Dati allarmanti sono stati resi pubblici dal Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza, all'interno di uno studio del Policlinico Gemelli, pubblicato sulla rivista Igiene e Sanità Pubblica.

Un altro studio autorevole, stavolta condotto dall'Università Cattolica ha mostrato che il fenomeno dell’antibiotico-resistenza può essere aggravato dalla trasmissione di batteri dall'animale all'uomo tramite contatto diretto o attraverso il consumo di alimenti. Insomma l'antibioticoresistenza viene messa in moto anche da alterazioni indotte dall'alimentazione degli animali che mangiamo.  Con l’ingestione, infatti, si introducono pezzi di genoma modificati che ed entrano nel genoma di chi li mangia. E noi siamo gli ultimi della classe. Il brutto è che non facciamo nemmeno ricerche su questo argomento. Il Piano Nazionale Residui, in Italia applicato dai servizi delle Usl, è completamente inadeguato e fuori dei tempi, ricercando sostanze che infatti normalmente non si trovano più da anni. Dall'altro lato, il Piano del Ministero della Salute sull'antibiotico-resistenza varato nel 2017 finora è rimasto sulla carta. Intanto sempre più persone muoiono per questo problema. 

 

 

 

Questa, qui sopra, è una mappa di stima del problema della antibiotico-resistenza nel mondo in una proiezione al 2050. Intanto la legge non viene applicata, complici i veterinari, sia privati, quindi aziendali, che pubblici, quelli del Servizio Sanitario Nazionale, che fanno ben poco per combatterla, privilegiando il rapporto di "rispetto" tra categorie commensali. Il veterinario guadagna se l'allevatore fa altrettanto. Infatti nonostante norme comunitarie e leggi nazionali autorizzino l’uso degli antibiotici negli allevamenti solo in caso di necessità e con protocolli e controlli molto rigidi, in Italia vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo. Andrebbero fatti tavoli di lavoro e concertazione per sensibilizzare sull'argomento prima di tutto chi dovrebbe essere in prima linea, i veterinari, poi anche gli allevatori, i mangimifici, le aziende farmaceutiche. Il problema è serissimo e viene ignorato, quasi negato nella sua drammaticità.

 

Ad immagini come queste qui sopra, in cui agli animali, seppur allevati per essere uccisi, vengono garantite vite, seppur brevi, ma con una certo soddisfacimento dei bisogni etologici essenziali, dobbiamo purtroppo affiancare immagini che provengono da allevamenti oramai divenuti la norma. In questi luoghi è facile capire che le brevi esistenze di questi esseri viventi, sono solo una lunga agonia. In entrambi i casi entro un anno, ma anche molto meno, il secondo viaggio della loro vita (il primo era quello di arrivo in allevamento) si concluderà in un mattatoio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui entra il fattore "cruelty free". Abbiamo perfezionato tecnologicamente tutte le fasi di abbattimento e sezionamento, nonché di conservazione e poi cottura, in modo da rendere il consumo della carne "il meno rischioso possibile", almeno dal punto di vista della putrefazione e della contaminazione batterica. Quindi un piccolo pezzo di carne una volta al mille lo potremmo ingurgitare senza troppi rischi. Ma perché cibarci di pezzi anatomici di cadaveri? Se non vogliamo tener conto dei problemi sanitari connessi con l'uso della carne, almeno pensiamo alla sofferenza che imponiamo istituzionalmente a questi animali, dalla nascita sino alla morte. Per me è sufficiente questo fattore. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Penso, sinceramente, che, se i mattatoi avessero pareti di vetro, sarebbero molti meno coloro che continuerebbero a mangiare carne. Invece sono luoghi inaccessibili ai non addetti ai lavori. I motivi addotti sono l'igiene e la sicurezza dei visitatori. In realtà questi luoghi hanno, da sempre, alti muri di cinta a protezione delle pratiche "segrete" che li dentro si perpetuano. Che dire, un luogo dove, animali erbivori, vissuti a stretto contatto con l'uomo, ma del quale continuano ad avere paura, da questo vengono torturati fino alla morte. Il mattatoio non è un luogo di piacere, è un luogo dove si sono perfezionate pratiche di morte che non tengono conto della sofferenza delle vittime. Ho lavorato, per un breve periodo della mia vita, anche in questi terribili stabilimenti. Sono esperienze terribili che segnano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Queste qui sopra sono, sicuramente, immagini forti, ma che dovremmo tutti ricordare.  Un un salame, un wurstel, un pezzo di pancetta, un prosciutto, una bistecca vengono fatte con i pezzi di questi animali che vediamo appesi. 

 

 

 

 

 

Forse è arrivato il momento di fare una scelta, una scelta razionale, smettere di mangiare proteine animali di qualsivoglia genere. Lo dobbiamo agli animali, lo dobbiamo a noi stessi ma soprattutto lo dobbiamo al pianeta, se si considera che il 14,5% dei gas serra sono prodotti dal ciclo produttivo delle carni. Cifra impressionante che arriva ad un pazzesco 22% se si aggiunge anche il resto della filiera di trasformazione di questi "prodotti". Se si considera poi che la maggior parte della deforestazione dei nostri polmoni verdi avviene per lasciare spazio a pascoli...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, perché fa male mangiare carne? Generazioni di pediatri, medici si sono raccomandati di mangiare latte e formaggio per l'osteoporosi e perché fa bene per altri mille motivi, carne rossa, bianca o di maiale per l'assimilazione di proteine "nobili" e di altri elementi nutritivi e poi le uova per la concentrazione e la memoria, per lo sviluppo di ossa e muscoli e, udite, udite per combattere l'arteriosclerosi.  Insomma hanno inculcato nelle meningi dei loro pazienti convinzioni e certezze granitiche, ma comode e quindi dure da abbandonare. Ma sapete quanti esami sostiene uno studente in medicina, nel suo lungo corso di studi, che riguardino l'alimentazione? Zero. (questo è il link degli esami della facoltà di medicina e chirurgia dell'università di Bologna dove sono elencati gli esami dei sei anni https://www.unibo.it/annuari/annu9799/indice/parte5/p5s2l.htm ).

E sono i primi a prescrivere diete. Ma su quali basi scientifiche? Grazie a quali conoscenze? Questa è la situazione.

 

Utilizzando alcune basi pseudo-scientifiche, spronati da sponsorizzazioni a convegni e invitati a tours di varia natura,  la classe medica quasi per intero, ha fatto credere che il corpo umano ha bisogno di carne per stare bene che ha bisogno di tante proteine, di tanto ferro, di tanto calcio. Ovviamente questo non risponde al vero. Anche l'OMS, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha, timidamente, emanato raccomandazioni sull'uso ed abuso di prodotti di origine animale, partendo dalla carne. Ha ricordato poi che studi scientifici severi e verificati hanno dimostrato che il latte è la causa di osteoporosi e non la cura. Comunque, tutti noi, ci siamo bevuti, assieme al latte, tutte queste fandonie e abbiamo sbagliato. Abbiamo messo, per intenderci, in un motore diesel benzina avio. Già i genitori di Margherita Hack, attorno agli anni 20 del secolo scorso, erano erano diventati vegetariani, prima della nascita della piccola Margherita. Loro lo fecero, ci ha ricordato la scienziata, per un motivo etico teosofico, ritenevano cioè, con un anticipo impressionante, che tutte le forme di vita avessero le stesso valore, diritto alla stessa dignità. E, nonostante le perplessità delle insegnanti e dei medici di allora, Margherita crebbe sana e robusta, tanto da gareggiare vittoriosa nel salto in lungo ed in quello in alto. Si è spenta a 91 anni senza aver mai messo in bocca un pezzetto di carne.

Una citazione va fatta, poi, al "China Study", uno studio pubblicato nel 2005 dal nutrizionista Colin Campbell. Questo ricercatore aveva raccolto ed elaborato i dati  di uno studio epidemiologico della durata di 30 anni, dal quale si evinceva la stretta correlazione tra l'insorgenza di vari tumori e alimentazione contenente proteine animali. Questo studio è stato dapprima ignorato, poi, quando aveva cominciato, quasi clandestinamente, a circolare e ad avere un certo seguito, è stato oggetto di una campagna ostile come poche se ne sono viste. Non potendo controbattere ai dati scientifico-empirici, venne demolito attraverso un'arma poco scientifica: la derisione, l'inoculazione del dubbio sulla sua affidabilità. Cinque anni prima, nel 2000, un gruppo di ricercatori dell’università di Cambridge, dopo anni di ricerche, avevano tirato le somme: l’unica alimentazione che consente all'uomo di stare bene e prevenire il cancro è composta da cinque pasti, sazianti, di frutta al giorno e null'altro. Questo studio è stato tenuto chiuso in qualche cassetto ed è marcito lì. È stato, in pratica, oscurato. E questo, in fondo, la dice lunga sulla obiettività e sul conflitto d'interessi che i responsabili della nostra salute si trovano ad affrontare quotidianamente. Infatti se tutti cominciassimo, sin da subito,   a seguire un’alimentazione vegetale porremmo fine a tutti i problemi che ho esposto più sopra di inquinamento, sfruttamento delle risorse e, soprattutto, di sfruttamento degli animali. E questo a scapito della nostra salute ma a vantaggio degli interessi economici di intere lobbies.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Insieme a molti studiosi, concordo, nel fatto basilare, di definire il genere umano composto da “animali tropicali”. Non sopportiamo le intemperie ed abbiamo imparato, sin dagli albori, a coprirci, vestirci e proteggerci. Abbiamo dapprima trovato riparo in caverne, poi abbiamo cominciato a costruirci case sempre più complesse e confortevoli.  Non ci siamo adattati più di tanto all'ambiente circostante ma lo abbiamo plasmato sino ad aderire alle nostre necessità, anche troppo. Alla stessa maniera abbiamo deviato dalla nostra dieta originaria ed abbiamo iniziato ad introdurre proteine animali, recentemente, in maniera esponenziale. E questo non senza conseguenze sulla nostra salute. L'allungamento della nostra aspettativa di vita non è data dalla dieta ma dalla tecnologia, dai farmaci e soprattutto dall'igiene. La realtà è che conduciamo una vita, sicuramente più lunga ma, certamente, più malata. Ci ammaliamo di più e per malattie prima ignote e lo facciamo sempre più precocemente. Le malattie metaboliche e le neoplasie si stanno manifestando sempre di più in età pediatrica e cominciano ad ammorbarci in età neo-natale. E sicuramente la dieta gioca un ruolo preponderante in questa situazione. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle immagini qui sopra, un intestino di un gatto, un carnivoro, e quello dell'uomo, frugivoro. La lunghezza gioca un ruolo importante, soprattutto per dimostrare macroscopicamente la differenza del tempo di permanenza del cibo al suo interno, con tutte le sue correlazioni. Lungo un metro, quello del gatto, contro i nostro 8 o 9 metri. Comunque andiamo per gradi. La nostra bocca ed i suoi denti, il modo in cui succhiamo invece di lambire i liquidi con la lingua, proprio dei carnivori, la conformazione del  nostro intestino, il pH del nostro stomaco, la nostra incapacità di sintetizzare da soli la vitamina C sono memoria della nostra storia passata ma sono il presente. Siamo più simili di quanto si possa pensare agli oranghi, infatti fisiologicamente siamo pressoché identici, partendo dalla dentizione e dal pH della nostra saliva, non dovendo digerire un pezzo di animale morto, a noi non serve il pH acido. Non siamo, però, nemmeno erbivori, infatti anche negli erbivori il pH è acido.  Lo scienziato americano  Michael Greger, nel libro "How not to die"  come non morire, afferma che "mangiare verdure verdi è importante, sembrerebbe che lo status dietetico naturale della specie umana sia primariamente quella di un mangiatore frugivoro”.


Gli oranghi, i gorilla, le grandi scimmie sono geneticamente e morfologicamente molto simili a noi e sono classificati animali frugivori. La loro dieta è per il 70/90% frutta. E qui entra uno studio interessante fatto dal compianto antropologo inglese Alan Walker riguardante la conformazione e la tipologia dei denti di ominidi vissuti 12 milioni di anni fa in una regione del Sud Africa. Sorprendentemente questi denti erano stati utilizzati per mangiare frutta e non carne. Lo spessore della dentina e dello smalto, la loro forma ed altri indizi lo indicavano chiaramente fino da fargli affermare che "Ogni dente esaminato, a partire dai fossili di ominidi di 12 milioni di anni fa, presenta le striature tipiche dei mangiatori di frutta, senza eccezione alcuna“. Ma di studi ce ne sono veramente tantissimi e tutti convergenti. L'unica obiezione dei negazionisti carnivori è quella di dire "e che vuol dire come eravamo, ora siamo così", ben per loro, ma poi non si dovrebbero lamentare del reflusso gastrico, del grasso, del colesterolo, del diabete, dei tumori e via discorrendo. Ovviamente c'è chi obietta riguardo alle pitture rupestri, quelle nelle caverne, ad oggetto battute di caccia... Ovviamente, come ho letto in un articolo di qualche tempo fa, se ti dovessi fare un selfie da postare sul tuo profilo facebook, lo faresti davanti ad un piatto di pasta seduto al tavolo di cucina o preferiresti fartelo a capotavola in un banchetto nuziale? E comunque già da allora la dieta iniziava ad essere, non dappertutto, imbastardita da questi, che principalmente assomigliavano più a riti iniziatici e propiziatori che a vere e proprie pratiche di procacciamento di cibo.

 

In realtà l'uomo non è stato mai un gran cacciatore. Bensì un gran chiacchierone, un fanfarone, le sue cacciate erano, principalmente, pezzi di carogne di animali uccisi da predatori. La donna, invece, già da allora, era la regina del desco. Raccoglieva e preparava il cibo mentre accudiva alla prole, manteneva acceso il fuoco che dava luce, permetteva di cuocere e proteggeva dai predatori. La differenza dalle scimmie si è ampliata non tanto per il cibo ma per la postura eretta che ha permesso di comunicare anche a distanza con altri ominidi, ha consentito la socializzazione e l'organizzazione sociale. Grazie alla postura eretta siamo riusciti non a correre dietro ad animali ma ad allontanarci di più per cercare cibo, cibo vegetale. Le nostre mani prensili sono ideali per raccogliere e trasportare, non per uccidere. Poi con le prime glaciazioni la frutta e la verdura dolci, saporite, nutrienti e facile da digerire hanno cominciato a scarseggiare e abbiamo ripiegato sulle carogne. Insomma abbiamo imparato a farci piacere qualcosa di un gusto orribile e dall'odore nauseabondo. A conforto di quanto ho detto una ricerca portata avanti tra il 1995 ed il 2012 in Guinea, Africa Occidentale. Sono stati osservati per anni diversi gruppi sociali di scimpanzé. A parte che servendosi di spugne naturali bevevano la linfa fermentata di palme alle quali avevano praticato delle incisioni, una bevanda alcoolica tra i 3,5 ed i 6 gradi, uscendone ubriachi ma felici, non aggressivi, dimostrando capacità pratiche e di problem solving non comuni. Comunque, scoperta una piantagione, coltivata dall'uomo di papaia, frutto raro in quella zona, hanno cominciato a saccheggiare la piantagione a più riprese. E allora? La peculiarità è quella che la maggior parte dei soggetti camminava in posizione eretta e tutti coloro che camminavano a due zampe riuscivano a portar via molta più frutta. Siamo diventati eretti per una serie di motivi, l'alimentazione sicuramente ci ha spronato molto.

 

 

 

 

 

 

 

Insomma, che l'uomo non sia un animale carnivoro lo abbiamo capito anche solo guardandoci allo specchio. I nostri denti sono fatti per schiacciare e non per tagliare. La nostra mandibola mobile  è degli erbivori, i carnivori l'hanno fissa e via discorrendo. Ma cosa succede al nostro sistema immunitario se mangiamo carne? Viene bombardato di veleni: l'acido urico, l’adrenalina animale, la cadaverina, la putrescina e di tutti i prodotti della degradazione delle proteine animali. Una ricerca effettuata su tre gruppi omogenei di persone: il primo gruppo consumava di tutto, il secondo seguiva una dieta vegetariana consumando anche uova e latte, il terzo seguiva solo una dieta crudista. Dalle analisi del sangue effettuate dopo ogni pasto dei tre gruppi è venuto fuori che nel sangue del gruppo che mangiava tutto i leucociti aumentavano di circa 4 volte rispetto alla media, nel gruppo vegetariano aumentavano di 2 volte e nel gruppo crudista non aumentavano, il sangue rimaneva uguale, quindi il sistema immunitario non era sottoposto a stress non dovendo combattere tossine. Insomma gli alimenti animali  appesantiscono non solo fisicamente ma anche energeticamente, perché la digestione è il processo che consuma più energia del corpo. 

Un rapido passaggio lo dobbiamo alla digestione. Per capire quanto non siamo fatti per mangiare la carne, dobbiamo partire da li. Una volta giunta nello stomaco la carne ha bisogno, per essere digerita, della secrezione di succhi gastrici ricchissimi di acido idrocloridico, che serve anche a sciogliere le ossa. Il Tratto intestinale dove  avviene l'ultima parte della digestione, che serve a far passare gli elementi nutrivi nel sangue, deve per forza di cose essere meno lungo possibile: si deve considerare, infatti, che il pezzo di carne altro non è che un cadavere in putrefazione che crea velenosi rifiuti all'interno del corpo. Il carnivoro, quindi, deve liberarsene il più presto possibile. Il problema, per i non carnivori, è la lunghezza del tratto intestinale, la carne rimane nel corpo troppo a lungo facendo assorbire tutte le sostanze tossiche. Tutti problemi non presenti nella digestione di vegetali. Dulcis in fundo: gli intervalli di tempi tra pasto e defecazione. Un carnivoro impiega circa un'ora, nell'uomo sono necessarie circa ventiquattro.

Come si può vedere le ragioni per diventare vegan sono molteplici, più o meno vicine al cuore o al cervello. In entrambe i casi è una scelta da provare, almeno per un periodo. E' sempre reversibile e qualsiasi tentativo è nobile e da apprezzare. A chi obietta che la cucina vegan è complicata e laboriosa controbatto che un piatto di pasta col sugo è vegan e veloce. Un'insalata, ancor di più. Legumi, minestre, come tanti altri piatti legati alla nostra tradizione, possono essere preparati in anticipo e consumati al bisogno. Da evitare i surrogati dei salumi, ricordano una cosa orribile ed hanno tutti un gusto ed una consistenza da dimenticare.

 

Pubblicherò alcune ricette di pietanze che mi piacciono e che hanno gradi di difficoltà differenti, ma sempre fattibili, anche da persone poco esperte in cucina.


Chi sono

Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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