• di Lino Rialti

Silvia Romano era in Africa per "aiutarli a casa loro"


Imperscrutabile: questo il termine che sembra più appropriato, al momento, nel guardare la vicenda di Silvia Romano, la volontaria della onlus Africa Milele, rilasciata dopo una estenuante trattativa tra i suoi carcerieri islamisti di Al Shabaab ed i servizi di intelligenzìce italiani somali e turchi.


Un riscatto di quattro milioni di euro sarebbe stato versato dai nostri agenti del ROS dei Carabinieri e questo avrebbe sbloccato la vicenda che si protraeva da oltre un'anno e mezzo.


Hanno fatto scalpore sia le immagini di Silvia Romano, al suo atterraggio nell'aeroporto romano di Ciampino, coperta da un lungo abito verde acqua, capo coperto che le sue dichiarazioni che descrivono la sua conversione "volontaria" all'Islam.


Sui social subito un gran trambusto. La maggior parte dei commenti, ovviamente d'accusa per la ragazza che se la sarebbe andata a cercare e ci sarebbe costata in un momento, per il paese, difficile, soldi che si sarebbero potuti spendere meglio. Ma forse giova ricordare che salvare una vita, per di più di una ventenne, vale sempre la pena. Nessun governo, dalla costituzione della nostra Repubblica, ha mai lasciato intentato ogni tentativo di salvare la vita di un nostro cittadino, in qualunque circostanza. Per di più, Silvia Romano non era in vacanza e non stava sorseggiando un cocktail a bordo piscina al momento del rapimento. Questa giovane ragazza stava cercando di "aiutare a casa loro" quella gente che non vogliamo da noi, proprio come Matteo Salvini, a giorni alterni, ricorda.


Esiste, teorizzata da tempo, una definizione che si addice alla situazione : "sindrome di Stoccolma" per i giornalisti, nel mondo psichiatrico definita "legame traumatico". La definizione di Sindrome di stoccolma deriva da una vicenda accaduta nel 1973 proprio nella città svedese, nella quale una rapina ad una banca, andata male, aveva portato ad una situazione di stallo i rapinatori che avevano preso in ostaggio alcuni dipendenti. Dopo alcuni giorni di convivenza forzata con i rapitori, sotto assedio da parte delle forze dell'ordine, i rapiti erano entrati in un'ottica inaspettata, vedevano nella Polizia il pericolo e nei rapitori le vittime della situazione. Insomma un particolare stato di dipendenza psicologica, dovuta al fortissimo stress emotivo, della vittima nei confronti del carnefice, del rapito verso il rapitore. Quest'ultimo viene visto, in maniera distorta come un salvatore un amico, insomma un complice più che un carceriere. In questa situazione, Silvia Romano si deve essere sentita per un lunghissimo tempo in balia dei suoi carcerieri. Da qui, probabilmente per uno spirito di sopravvivenza, si sarebbe avvicinata a loro, ai loro usi ed ai loro costumi, anche abbracciandone la religione. Non possiamo condannarla, dobbiamo comprendere il suo stato emotivo, lo stato emotivo di una giovane ragazza andata in Africa con un progetto, tradita da qualcuno, che lei reputava amico, per una manciata di spiccioli. Ma si sa, in certe situazioni, anche pochi dollari possono fare la differenza fra la vita e la morte, tra far mangiare la propria famiglia o magari vederla deperire. Era li per quello Silvia Romano, per cambiare i loro destini. Speriamo che si riprenda presto dallo shock e che questa esperienza non l'abbia cambiata nel suo spirito, uno spirito nobile.







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