• di Lino Rialti

America, terra delle disuguaglianze


C'era una volta l'America, la terra delle libertà, grandi spazi dove poter fare tanto e dover sottostare a poche regole, tante materie prime a disposizione di tutti, pochissime regole, uno Stato leggero qualunque sia tra i 50 della confederazione, una struttura burocratica appena palpabile, permetteva a molti di imprendere, di fare.


Poi la grande recessione tra il 2007 ed il 2013 ha scritto la parola fine anche a quest'ultimo sogno americano.


La disoccupazione, con la conseguente povertà, mescolata con l'assenza dei servizi di base nella società, quelli che dovrebbero essere universali, come il diritto alla salute ed all'istruzione hanno contribuito non poco alla generazione dei disordini di questi giorni dopo la morte dell'afroamericano George Floyd.


E che la terra delle opportunità non è più sull'altra sponda dell'Atlantico oramai è chiaro. L'Europa del sud, da sempre incline alle migrazioni, agli spostamenti in cerca di un posto migliore dove vivere, dove trovare nuove occasioni, lavoro meglio pagato e maggiore giustizia sociale, ora si rivolge, a torto o a ragione, verso il nord del continente verso Finlandia e Norvegia ma anche molto lontano, verso l'Australia, terra che non sembra, almeno fino ad oggi, aver risentito, più di tanto, delle varie ondate della crisi economica, ultima questa attuale, portata dagli effetti nefasti, anche sull'economia, del Coronavirus.


Anche negli Stati Uniti, affermano in un recente studio dello Stanford Center on Poverty and Inequality, "conta più il censo alla nascita che la capacità di applicarsi".


In pratica, come avviene da sempre in Italia, per essere ricco ed istruito devi provenire, tranne rare eccezioni, da una famiglia ricca e quindi istruita. Unica parentesi felice italiana, il periodo del nostro boom economico degli anni '58/'63, ma che ha allungato i suoi effetti benefici anche per molti anni dopo, periodo nel quale la scalata dei ceti sociali era resa possibile da una ricchezza distribuita in modo abbastanza uniforme. Un periodo quello, nel quale, con il conflitto mondiale appena terminato, la positività, l'irrequietezza e la voglia di ricominciare dopo la fine di un periodo buio, l'economia libera da burocrazia e tassazioni se non marginali, si incontrava sui mercati finanziari, interno ma anche internazionali. Le piazze commerciali erano vive e vitali. C'era poi un plus: con un fiume di denaro inviato dagli USA che ci volevano fuori dall'influenza russa (l'European Recovery Program). In questo ambiente favorevole avvennero fatti importanti come la scoperta di metano sotto i campi della Val Padana, la realizzazione degli impianti siderurgici un po in tutta Italia oltre alla messa a regime dell'IRI. Tutto questo realizzò un periodo d'oro per l'Italia. In quel contesto era facile scalare le classi sociali, diventare, insomma, un arrampicatore sociale di successo. Il figlio di un artigiano, di un contadino, di un operaio riusciva, anche attraverso l'aiuto dello Stato e della Chiesa, a laurearsi e a diventare qualcuno. Anche i partiti politici avevano la loro parte importante in questo fenomeno. Poi arrivarono gli anni 70, quelli di piombo, col terrorismo e le stragi. Il fenomeno degli arrampicatori sociali si sedò anche se non scomparve. Ebbe una nuova vita, anche se diversa nei "favolosi anni 80" del secolo scorso con gli Yuppies. Ora la situazione è cambiata ed è tornata quasi al periodo paleoindustriale,dove tutto è più ingessato e fermo.

L'Italia del boom economico


Ma tornando agli USA, lì fare fortuna sembra oramai difficilissimo. Almeno dal report del centro studi Stanford. infatti, per assurdo, peggiore della disoccupazione, della sottoccupazione, della povertà, delle ineguaglianze è la mancanza di mobilità sociale.


In questo periodo di crisi planetaria da Covid-19, poi, quando sembrava che alcuni parametri si stessero regolando, siamo tutti, anche gli americani, ricaduti nel baratro. Ma in Europa esiste, dove più e dove meno, una certa forma di welfare, esistono forme di ammortizzazione della perdita di capacità economica, negli USA è molto diverso. Chi perde il lavoro, normalmente, è solo, se non ha qualche risorsa di emergenza può perdere la casa e trovarsi di colpo per la strada.


L'ex-presidente USA, Barack Obama, nel 2010 aveva tentato di allargare le forme di copertura assicurativa sulla salute, il famoso Obamacare, in parte riuscendo nel suo intento, anche se annacquato ed indebolito dagli intenti iniziali, a causa delle continue mediazioni politiche, e, nonostante le fortissime resistenze, gli attacchi frontali ma soprattutto di quelli sotto traccia, sotterranei, anche dei lobbisti.

Ovviamente l'Obamacare, visto il suo spirito sociale, scambiato, anche volutamente, per intento socialista, ha spaventato "l'americano medio", la classe media ma soprattutto quella più benestante. Questi soggetti, cittadini di serie A, coperte da polizze private eccellenti, sia acquistate personalmente ma anche concesse dalle aziende come benefit non avevano alcuna intenzione di concedere qualche sicurezza in più a chi non si poteva permettere la copertura assicurativa privata. Così, questo fatto ha spianato la strada alla elezione di Trump alla Casa Bianca. Difatti, in uno dei suoi primi atti presidenziali, era il maggio 2017, Donald Trump tentò alla Camera di affossare la riforma Obama, come aveva sbandierato durante la campagna elettorale, quel tentativo fallì. Ci fu un ulteriore tentativo al Senato che però abortì in egual misura. Ma il vento cambiato ha influenzato negativamente gli eventi. Infatti, al momento, sono tantissimi gli americani non coperti. Negli USA, con notevoli differenze tra Stati, esiste un programma nazionale universalistico chiamato Medicare, per cittadini senior ultra-sessantacinquenni che li copre indipendentemente dal reddito per molte spese mediche principali, ma assolutamente non come una assicurazione privata. Poi c'è il programma chiamato Medicaid, ideato per la popolazione a basso reddito soprattutto famiglie numerose, donne incinte, anziani e disabili.


Ma non è tutto oro quello che luccica. Sono, infatti, 28 milioni 566 mila ii cittadini americani, ad oggi, senza alcuna copertura assicurativa sulla salute, l'8,7% della popolazione degli Stati Uniti, così, in occasione della pandemia è dovuto intervenire direttamente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per annunciare che il governo pagherà le cure di chi si ammalerà di Covid19 e sarà assicurato per questa malattia. Non è un atto magnanimo, infatti, se così non fosse stato, per esempio all'inizio si parlava del costo di circa 3000 dollari per un solo tampone, la pandemia sarebbe dilagata ancor più violentemente di quello che ha fatto ed i morti sarebbero stati un numero di gran lunga superiore alla strage attuale.


Dall'ultimo mandato della presidenza Obama, tra 2010 e 2016, nel quale la cifra dei non assicurati era scesa di 20 milioni, passando da un tasso di non copertura del 15,5% all’8,6%, da allora ogni anno, grazie all'intervento di Trump e dei suoi fidi scudieri, attraverso la rigida interpretazione delle norme ed alla applicazione di nuove leggi, il numero degli assicurati scende costantemente.


L’Obamacare aveva a più riprese introdotto molte novità, come l’allargamento dell’assicurazione dei genitori ai figli fino ai 26 anni e non solo ai 18, l’espansione di Medicaid (il programma per i più poveri) a coloro che si ritrovavano entro il 138% della soglia di povertà, l’abolizione della possibilità di vietare l’assicurazione per condizioni pre-esistenti, sussidi per l’acquisto di polizze da parte del ceto medio, e una multa per chi non si assicurasse. I risultati si erano visti, ma per una serie di ragioni una quota importante di americani è rimasta scoperta.

C'è poi chi, coscientemente, da cicala e non da formica, preferisce avere la liquidità che dovrebbe andare a coprire la polizza sanitaria e la spende in beni e servizi, ma questi sono una stretta minoranza. Normalmente chi sceglie di non assicurarsi lo fa per ristrettezze economiche. Insomma non ce la fa ad assicurarsi. Questi sono il 45% di chi è senza polizza, non riesce a pagare il premio nonostante i premi ed i sussidi, che contribuiscono al pagamento della polizza, fatto introdotto dall'Obamacare. Non a caso il 60% dei non assicurati è al di sopra della soglia di povertà ma con un reddito inferiore a quattro volte questa soglia. Quindi sopravvive e galleggia tra mille difficoltà. Ricordiamoci che se non si paga una pigione si è buttati sulla strada con la forza dalla polizia. Quindi si privilegiano quelle che sembrano priorità essenziali e si spera bene.


Il 21% di chi è senza copertura sanitaria, è in questo stato, per aver perso o cambiato il lavoro e di conseguenza ha perso la polizza prima pagata come benefit dall'azienda che lo impiegava. C'è chi poi si trova senza copertura a causa di un divorzio, la polizza del coniuge, ora ex, non copre più ed anche in quei casi, molte volte, non si hanno i fondi per assicurarsi.


Ci sono poi cittadini, il 9%, che lavorano per un'azienda che non li copre con una polizza o peggio, essendo immigrati da meno di 5 anni non possono essere proprio coperti.


Un problema serio è quello rappresentato da molti Stati, soprattutto repubblicani, di innalzare la copertura di Medicaid oltre la soglia di povertà, cosa che lascia fuori molti cittadini. Non a caso i non assicurati sono, in Texas, il 17,7%, più del doppio della media nazionale.


Forse il Coronavirus riuscirà a far cambiare idea a molti politici e cittadini delle classi più agiate ed a far ripensare la loro posizione sulla salvaguardia della salute come bene comune e quale interesse generale.


Sicuramente a peggiorare le cose contribuiscono soprattutto le diseguaglianze retributive: l'1% degli americani più ricchi hanno il 25% degli stipendi del Paese, il livello più alto dal 1928 alla vigilia dello scoppio della grande crisi. Sono sempre più comuni i cittadini USA costretti a fare due o tre lavori per sbarcare il lunario. Nonostante tutto, la classifica dello Stenford pone l'Italia all'ottavo posto tra i paesi con migliori condizioni salariali, davanti alla Spagna e agli Usa. Sopra di noi Finlandia, Norvegia e Australia sotto Canada, Germania, Francia e Gran Bretagna.


C'è poi il problema grave dell'istruzione, della scuola. E' da prima della sue elezione che Trump è ossessionato dall'economia, dalla produzione industriale, dalla borsa e da cose del genere, non lo si sente mai parlare di scuola, di istruzione. Eppure viviamo in tempi di "mutazioni" tecnologiche, industriali, culturali e proprio alla scuola la classe politica dovrebbe guardare con grandissima attenzione. I cittadini del futuro vengono da li.

Betsy Devos


Una figuraccia quella fatta da Betsy Devos, Segretario dell'Istruzione degli USa, il 17 gennaio 2018. La Devos, con l'incarico equivalente al ministero dell'Istruzione, in audizione in una Commissione del Senato, non è riuscita a rispondere a quasi nessuna delle domande poste a lei dai membri riguardo il progetto di Trump di privatizzare il sistema educativo.


Alla provocazione, del senatore democratico del Vermont, Bernie Sanders: "sarebbe stata scelta da Trump se non fosse stata miliardaria?", la Devos ha risposto "sì, è possibile", poi nel corso del discorso la Devos si è fatta sfuggire che nel corso degli anni la sua famiglia ha donato più di 200 milioni di dollari al partito Repubblicano. Il problema non sono i suoi soldi ma il fatto che la Devos non ha alcuna esperienza del mondo dell'istruzione. Unica sua imbarazzante profonda conoscenza sono le norme e le armi da fuoco che vorrebbe introdurre nelle scuole con la scusa di poterle usare per abbattere gli orsi grizzly, cosa che vorrebbe introdurre nello Stato del Wyoming, territorio pochissimo abitato tra Nebraska, Montana e Dakota.


Il problema principale, del quale la Devos non sembra cosciente, è rappresentato dai problemi connessi alla privatizzazione del sistema scolastico, intere fasce di popolazione ne sarebbero, di fatto, escluse. La proposta di un voucher a sostegno delle fasce più deboli non regge. Questo sussidio potrebbe non bastare o venire soppresso o ridotto a livello federale o statale con una semplice norma. Ma anche se restasse il voucher, queste scuole private godono di una indipendenza notevole e nel corso degli anni hanno avuto non pochi problemi legati anche all'indottrinamento che può essere condotto nei programmi. Per esempio il turco Fetullah Gulen, leader di un movimento estremista musulmano, finanzia già 140 scuole in 26 stati americani, dare maggiore forza a certi movimenti in cui l'indottrinamento è fondamentale, potrebbe essere molto rischioso. Questo non può succedere con le scuole pubbliche.


Fetullah Gulen


Se poi volesse capire cosa potrebbe succedere dove non sussiste un intento confessionale, non sarebbe necessaria la palla di vetro, basterebbe guardare al passato. Guardare cosa è successo a Detroit, nel Michigan, lo Stato da cui proviene la Devos, dove, anche grazie al suo assenso, la proliferazione di charter school, anche di dubbia qualità e natura, ha dato il colpo di grazia alle scuole pubbliche di quartiere, le cosiddette neighborhood school. Gli studenti di Detroit sono costretti a trascorrere ore sugli autobus per andare nelle scuole anche posizionate molto lontano dai centri ma dove il terreno e gli affitti costano meno. Qui persone anche senza esperienza e con credenziali farlocche aprono e chiudono questi istituti lasciando allo sbando gli studenti.


Se invece volesse vedere l'effetto che la privatizzazione fa sulle scuole per ragazzi svantaggiati, amministrate da aziende, quindi attente al profitto, la Devos dovrebbe guardare a Chicago, in Illinois, e visitare le decine di scuole aperte negli ultimi cinque anni per aumentare il numero dei diplomati. Queste sono le Option Schools, nate come alternativa alle scuole pubbliche, dove alunni svantaggiati non riescono a stare al passo col programma.


Qui le lezioni si tengono in aule comuni, due o tre volte alla settimana, sono impartite spesso dagli smartphone e da qui i ragazzi, ognuno per conto suo al massimo in piccoli gruppi, seguono la didattica e fanno le verifiche. Insegnanti precari raccolti un po alla rinfusa registrano le lezioni che possono essere duplicate e riutilizzate ad libitum. Niente insegnanti di sostegno, niente corsi di recupero, se non in minima parte. Così le municipalità pagano, anche contratti milionari, ma pur sempre spese irrisorie se paragonate alla gestione di un ente scolastico. Il problema sono i risultati, il rendimento e l'apprendimento di questi che saranno per sempre cittadini di serie B.


Questi sistemi, ovviamente, non fanno altro che aumentare le disparità, castrare occasioni e potenzialità, aumentare il rancore a la rabbia sociale. Se si pensa poi che, ad oggi, il 60% della popolazione carceraria statunitense è composta da afroamericani e latinoamericani, nonostante i due gruppi etnici rappresentino solo un quarto della popolazione totale, il cerchio si chiude.


Un genitore in carcere vuol dire un solo genitore che lavora, che porta soldi a casa, che educa e custodisce i figli. La povertà morale e materiale sono dietro l'angolo e la scuola in America, sicuramente, contribuisce a peggiorare la prospettiva degli unici che non hanno colpe, i bambini ed i ragazzi che saranno così destinati a seguire le orme dei genitori e forse di quello che è in galera.


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Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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