• di Lino Rialti

Libia: la pace che non si trova


In Libia la mediazione del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, promossa dalla Russia, non è andata a buon fine. Infatti il governo di accordo nazionale (GNA) libico, sostenuto dai Turchi, ha respinto l'iniziativa che prevedeva un cessate-il-fuoco a partire da lunedì. Oggi è il terzo giorno di scontri con almeno 8 vittime tra i civili (3 donne e 2 bambini) ed innumerevoli feriti.


Il generale Khalifa Haftar lo aveva già accettato, le speranze invece si sono infrante difronte al muro eretto dalle forze militari di Tripoli, la controparte.


Continuano le scaramucce e gli attacchi anche sanguinosissimi. Le forze fedeli al governo di Sarraj, dopo le vittorie militari degli ultimi giorni nell'ovest del Paese, hanno puntato su Sirte. Sirte è al centro di un territorio strategico, legato al petrolio, allo stato sotto controllo delle milizie di Haftar . Serraj punta anche a sud verso la base aereo di al-Jufra. Ovviamente Haftar starebbe schierando milizie in zone strategihe alla difesa di questi territori vitali per la sua sopravvivenza e per tentare di infliggere a Serraj una sconfitta così da pareggiare i conti.


L'intervento dell'Egitto è stato visto come "una inutile ed anzi dannosa intromissione negli affari interni di uno stato sovraano come la Libia", come dichiarato dal presidente dell'Alto Consiglio di Stato di Tripoli, Khalid Al-Mishri.


L'uso della diplomazia, nella situazione libica, è infatti difficilissima e gli egiziani non sono comunque visti di buon occhio, anche perché sono considerati quasi degli occidentali.


Al-Mishri ha aggiunto che Haftar ora vuole tornare al dialogo politico dopo aver subito umilianti sconfitte, sottolineando che "il Consiglio di Stato rifiuta la presenza di Haftar nei prossimi negoziati politici, e che dovrebbe arrendersi ed essere processato da un tribunale militare".


Sabato il presidente egiziano, in una conferenza stampa con accanto Haftar e il presidente della Camera dei rappresentanti con sede a Tobruk, Aqila Saleh, aveva annunciato la proposta di un cessate-il-fuoco in tutta la Libia, subito accettata dal generale della Cirenaica. La Dichiarazione del Cairo riconosce "tutti gli sforzi internazionali per risolvere la crisi libica nel quadro politico" e stabilisce - oltre a un cessate-il-fuoco a partire dalle ore 6 di lunedì 8 giugno - lo smantellamento delle milizie e la consegna delle loro armi al sedicente esercito nazionale libico guidato dallo stesso Haftar e l'espulsione dei mercenari stranieri, sulla base di quanto stabilito dal vertice di Berlino di gennaio e dal Comitato militare congiunto 5+5 sotto l'egida dell'Onu. Ma particolarmente controverso, osservano i commentatori, risulta il punto della consegna delle armi alle forze di Haftar.


Il tentativo di mediazione egiziano era stato visto di buon occhio da Stati Uniti, Francia e Grecia. L'Italia, ha dichiarato molto neutralmente di aver "accolto con attenzione l'accordo annunciato ieri".


"L'Italia - si legge in una nota della Farnesina - ha sempre sostenuto ogni iniziativa che, se accettata dalle parti e collocata nel quadro del processo di Berlino, possa favorire una soluzione politica della crisi libica. A questo fine, auspica che tutte le parti si impegnino in buona fede e con spirito costruttivo nella ripresa dei negoziati 5+5 per la definizione, sotto la guida delle Nazioni Unite, di un cessate-il-fuoco duraturo".


Palazzo Chigi, quindi, ha reso noto che il premier Giuseppe Conte ha avuto oggi una lunga conversazione telefonica con Al Sisi. "Al centro del colloquio - si legge in una nota - la stabilità regionale, con particolare riferimento alla necessità di un rapido cessate-il-fuoco e di un ritorno al tavolo negoziale in Libia". Si è parlato, poi, anche di "collaborazione bilaterale, da quella industriale a quella giudiziaria, con particolare riferimento al caso Giulio Regeni".




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