• di Lino Rialti

10 giugno: triste anniversario


E' passato in sordina lo scorso 10 giugno. Eppure da quel 10 giugno dell'oramai lontano 1940, sono passati 80 anni ma, ancora, ne stiamo pagando le conseguenze: noi e gran parte del mondo. Quel giorno l'Italia dichiara guerra a Francia e Inghilterra.


Insomma è l'inizio almeno simbolico dell'ingresso della nostra nazione nel secondo conflitto mondiale. Con tutto il male che ha portato: un paese in macerie, un'economia in ginocchio, la povertà che mordeva allo stomaco. Gli americani, che dall'altra parte dell'oceano, non avevano avuto danni infrastrutturali ed anzi, avevano beneficiato dell'economia di guerra, divennero facilmente gli egemoni del mondo occidentale, ostili e contrapposti ai russi che invece avevano avuto perdite enormi e distruzioni catastrofiche, anche se erano tra i vincitori. Ma questa è un'altro capitolo della stessa storia, magari da affrontare in un'altro momento.


Fu Benito Mussolini, Il Duce, col suo discorso, affacciato dal balcone di Piazza Venezia ad annunciarlo, con quella voce e con quelle parole che restano impresse. Impresse perché spaventosamente populiste ed efficaci nella loro diabolica semplicità.


Davanti a questa "folla oceanica", come venne definita dal regime, folla costruita dai Gerarchi, che sguinzagliarono moltissime Camicie Nere nei tanti condomini della città per organizzare il totale riempimento della piazza, che funzionò da primo detonatore.


Restaurato, colorizzato e riversato in formato digitale, l'Istituto Luce, detentore della pellicola originale, ha tirato fuori dagli archivi il video dell'evento e lo ha postato su Youtube nei suoi primi 90 secondi.

Questo video rende bene l'idea del momento costitutivo dell'archetipo del populista. Un esempio di quanto possa essere pericoloso farsi trascinare proprio dai discorsi demagogici che portano al populismo che sfociano nell'autoritarismo per finire nella dittatura.


Fino a pochi decenni fa, nelle scuole, una consuetudine mai formalizzata ma costantemente ripetuta negli anni scolastici, faceva si che le scolaresche arrivassero alla fine della prima guerra mondiale a ridosso della fine dell'anno scolastico e le vicende del secondo conflitto mondiale non venissero studiate, se non in alcuni istituti e grazie a coraggiosi insegnanti. Era, sicuramente, una tecnica collaudata per tentare di riconciliare la Nazione. Uno Stato, da poco riformato in Repubblica, dove i reali governanti avevano appoggiato l'avvento dell'uomo forte, del Duce e dove, almeno fino a tutto il periodo del cosiddetto "consenso" la maggior parte degli italiani si professava fascista. In quel ventennio poi molti furono i soprusi, le angherie, i crimini commessi da questa parte della popolazione a danno dell'altra. La tensione, alla fine del conflitto era palpabile, tra i superstiti alle angherie non pochi tentarono una giustizia spicciola che, nei primi mesi dopo l'armistizio, disegnò una lunga scia di sangue e così furono molteplici le tecniche per tentare la pacificazione, una di queste era il non parlarne.


Ora i tempi sono maturi, invece, per tornare ad analizzare a fondo gli accadimenti, le dinamiche, le tecniche che hanno portato a tanto guasto, così da non permettere ad alcuno di tentare nuovamente la stessa strada

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