• Lino Rialti

Brexit: meglio soli o male accompagnati?



Una nuvola nera avvolge il cielo del Regno Unito. Il timore è che, in Gran Bretagna, possano presto scarseggiare le merci. Infatti oltre il 70% delle derrate alimentari arriva con i camion attraversando la Manica. La nuova variante del Covid-19, con la conseguente chiusura dei confini e le lunghe code di Tir, fa così paura.

I controlli alle dogane sono serrati e, anche se Francia, Belgio ed Olanda hanno riaperto i confini per i loro residenti e per i trasportatori professionali, chiedono il referto negativo al virus, ma aggiornato alla nuova variante, di almeno un tampone, un salasso da altre 200 Pounds. E così i controlli sono lenti e le file sono divenute interminabili.

Sono oltre 10.000 i camion che si mettono in coda, in questi giorni tra Calais e Dover. La tensione è alle stelle tra gli autisti, le aziende di trasporto e le forze di Polizia che sorvegliano i confini. Scontri e qualche arresto tra i trasportatori disperati senza acqua e cibo e senza la possibilità di potersi lavare. Infatti non c'è modo di lasciare il camion in sicurezza ed è concreta la paura di perdere il posto nella fila o peggio vedersi rubata la merce trasportata. Senza considerare che le merci deperibili potrebbero arrivare a destinazione inservibili perché marce.

Così le relazioni diplomatiche sono incandescenti e, per i sudditi di Sua Maestà la Regina il pacco è pronto. Il regalo di Natale dei britannici dovrebbe essere l'accordo per l'uscita ordinata dall'Europa. Il governo di Londra ha avuto un assaggio dal gusto molto amaro ed inatteso, in questi giorni, di come potrebbe essere una uscita senza accordo le cui conseguenze commerciali potrebbero essere disastrose. Non solo niente fragole spagnole a Natale o mandarini dalla Sicilia a Capodanno ma anche qualcosa di più importante, anche merci di prima necessità, in situazioni non regolate, potrebbero terminare, mandando nel caos milioni di persone e buggerando l'economia di un'isola che si è scoperta dipendente e connessa con l'Europa molto più di come i politici pro-Brexit l'avevano disegnata e venduta al popolo credulone.

Un popolo che, dopo l'ebbrezza del voto favorevole all'uscita del giugno 2016, sembra oggi spaventato, e non poco, tra la pandemia incontrollata ed una certa qual carestia che potrebbe manifestarsi, se entro la mezzanotte del 31 dicembre non si dovesse raggiungere un qualche accordo d'uscita con l'Europa.

Ventisei ad uno sono i numeri crudi e la Gran Bretagna, che in queste ore se la sta veramente facendo sotto, la politica è smarrita. Il popolo, o almeno una buona fetta di esso, sta realizzando, tutto insieme, di come si stava meglio prima. Parlano da sole le lunghissime colonne di camion ferme in entrata ed in uscita al e dal suo confine.

Il "deal", l'accordo con l'Europa non è possibile. Un trattato così complesso in così poche ore sarà impossibile. Materialmente, stilare articoli su articoli che prevedano tutto lo scibile soprattutto in una materia così delicata e variegata come quella commerciale non sembra umanamente fattibile. Senza considerare che poi un accordo si fa in due e gli interessi dell'uno cozzano contro quelli dell'altro (la pesca ed i diritti sulle concessioni sono un punctum dolens tra molti). Dover accettare bilateralmente, un così complesso documento, è difficile e lungo (tre anni non sono stati sufficienti, lo saranno poche ore?) e poi tradurre tutto nelle varie lingue ufficiali dell'Unione, un'altra vera chimera. E allora? Sarà inevitabile l'inizio della procedura di "no deal" ossia di "non accordo".

Senza accordo si dovrebbero applicare i dazi e le salatissime tariffe dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, il Wto, con tutte le lungaggini e le procedure annesse e connesse, insomma addio alle fragole, ai mandarini ed a centinaia e centinaia di articoli importati in Gran Bretagna. A meno che, e questo sarebbe lo scenario auspicabile, non ci si accordi per un trattato di transizione in attesa della ratifica degli accordi ufficiali magari da far scarrellare a metà gennaio, questa sembra l'unica soluzione plausibile.

Stanno arrivando a questa tribolata conclusione i negoziatori, il britannico David Frost e la delegata di Michel Barnier, l'economista francese Stéphanie Riso. Il ticchettio dell'orologio ha dato la scossa a Boris Johnson che ha telefonato alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nel tentativo di accelerare al massimo le trattative ma poco si può contro la forza inesorabile del tempo che scorre.

Insomma dopo tre anni di negoziato ci si è ridotti all'ultimo ed ancora ci sono vari punti nodali che non sono stati affrontati o che non sono stati comunque risolti: gli aiuti di Stato nelle aziende britanniche che commerceranno con l'Europa, con il problema ancora più complesso della concorrenza leale e gli aspetti ambientali, sociali e della salvaguardia della salubrità degli ambienti di produzione e dei prodotti da venderci. C'è poi l'aspetto primario della regolazione delle discordie. In caso di disputa chi avrebbe la giurisdizione sul contendere? Non aspetti marginali, tutt'altro. La Gran Bretagna, pensandosi ancora un impero, è rimasta sola, deve aver pensato meglio sola che male accompagnata. Prima o poi un accordo si troverà, forse anche prima della fine dell'anno, come lo scapigliato Boris insiste di dire, ma non sarà un bene per nessuno, ne britannici ne europei. A volte la compagnia indesiderata , la convivenza, salvano la vita ed, almeno in questo caso, salverebbero l'economia di una nazione sotto attacco sanitario e nelle ultime ore anche speculativo. Gli squali dei mercati sono sempre in agguato. Gli economisti inglesi sono stati da sempre dei maestri in questo e ora lo stanno subendo sulla loro rosea pelle. Come ci hanno insegnato i classici greci nella favola dell'orsa e del lupo: "Chi la fa l'aspetti".











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