• Lino Rialti

Chi ci guadagna nella guerra in Ucraina



Possiamo affermare che la Russia stia guadagnando dalla guerra in Ucraina? La risposta è un secco no. L'economia russa, già profondamente in crisi, è, attualmente, strangolata dalle sanzioni internazionali imposte dopo l'invasione militare dell'Ucraina. L'occidente si sta preparando, poi, al boicottaggio delle uniche merci con le quali Putin mantiene in piedi l'economia della Federazione: sono i combustibili fossili, in primis il metano. Solo per fare un esempio, per la società Nord Stream 2, quella che gestisce il gasdotto tra Russia e Germania, sono iniziate le procedure di insolvenza e, se le cose dovessero continuare così, il fallimento sarebbe la naturale conseguenza: un buco da oltre 10 miliardi di euro (il valore dell'opera) ma che porterebbe perdite ancora non quantificabili alle casse russe anche se si stimano oltre 800 milioni di euro al giorno.



Putin ha mire d'espansione, insomma, imperialistiche? Anche qui la risposta è un chiaro no. Chi si prepara all'espansione, alla conquista di nuovo territorio da annettere, ha bisogno di un substrato necessario che lo renda possibile. Servono vari fattori: in primis un boom demografico e la Russia è invece in una situazione di calo drammatico, oltre un milione in meno all'anno, escludendo gli emigrati. Servirebbe invece una crescita robusta degli abitanti, così da permettere una economia in espansione che possa finanziare le casse statali e permettere spese per un esercito numeroso e soprattutto attrezzato. Poi servono materie prime e processi produttivi all'avanguardia che possano permettere sia ad una parte alla popolazione di prosperare che di finanziare e approvvigionare i fronti bellici. Anche qui, mancando i presupposti, non si comprende come Putin potrebbe sperare di allargarsi.

In realtà sembra plausibile quanto dichiarato sin dall'inizio da Putin e cioè quello che ha scatenato il conflitto: il riconoscimento dell'indipendenza del Donbass, la Crimea, un corridoio che colleghi i territori e permetta l'accesso al mar Nero e soprattutto la neutralità militare della Ucraina, quindi niente ingresso nella Nato (a Putin non importa più di tanto dell'ammissione dell'Ucraina in Europa).






Ma allora chi alimenta la guerra? Chi ha soffiato sul fuoco? Sicuramente i profitti milionari vanno ai produttori di armi, in Europa appena defiscalizzati grazie all'applicazione di una direttiva varata nel 2019 ma applicata solo da marzo, con la quale la vendita di armi ad uno stato membro, che le dovrebbe usare per difendersi, è esente da IVA e gode di un regime fiscale speciale. Non a caso dall’inizio della guerra i profitti dei produttori di armi sono volati alle stelle.



E' vero che dalla seconda guerra mondiale le tecniche belliche sono cambiate, ma poi non così tanto. Gli alleati sganciavano su ogni città europea decine di migliaia di tonnellate di bombe e la devastazione era assicurata. Oggi Putin su Kiev ha sganciato si e no 120 tonnellate di esplosivi. Non vuole la distruggere ma, anche, non la può distruggere soprattutto perché non può spendere.



Dall'altra parte, invece, gli ucraini sono riforniti da più fronti e sono stati addestrati dal lontano 2014 da personale Nato, da contractors istruttori e soprattutto dall'esercito americano. Gli Usa hanno speso negli ultimi anni 2,7 miliardi di dollari per preparare la guerra ai russi. Putin e i suoi servizi di intelligence hanno sottovalutato quanto potesse essere stato efficente il lavoro sotto traccia degli Usa.




La morte e la devastazione della guerra sono strazianti e disperanti per il popolo ucraino ma qualcuno sta lucrando proprio sul loro sangue e sulle loro lacrime. Qualcun altro si sta preparando al banchetto offerto dal business della ricostruzione. Intanto una guerra, soprattutto se non coinvolge in prima persona, è un volano micidiale per l'economia: gonfia la spesa pubblica che sostiene i consumi sia interni che, soprattutto, quelli esterni, creando occasioni di rinnovo per i mercati e scuse per ignorare o modificare contratti ed accordi.

Intanto negli Usa, nonostante la pesantissima zampata della pandemia, il sistema economico è florido. Un mezzo miracolo è in corso e l'occupazione sta raggiungendo record insperati con un +467.000 posti di lavoro in un mese.




La storia si ripete con i suoi corsi e ricorsi: sono gli anni 50 del secolo scorso, quando l'economia Usa esplode dopo la seconda guerra mondiale. La NATO triplica le spese militari e gli Usa spendono il 15% del PIL in armamenti. Poi gli anni 60 ed il Vietnam, le spese militari arrivano al 10% del PIL americano. Proprio da qui parte il periodo d'oro per l'economia a stelle e strisce. Infatti si assiste ad una sostanziale discesa fino agli anni 90 con la Guerra del Golfo e le spese militari tornano a salire oltre il 7%. Arriviamo al 2000 e troviamo Afghanistan ed Iraq. In tutte le fasi belliche descritte, all'aumento delle spese militari è corrisposta una discesa della disoccupazione seguita ad una impennata dell'economia.



Così, visto che fino ad oggi ha funzionato per gli Usa, ci stiamo provando anche noi europei (vedi citata defiscalizzazione delle forniture belliche) con i rifornimenti di armi nel campo ucraino e soprattutto con il patto di investire almeno il 2% del PIL di ogni Stato membro in armamenti. Intanto, in un generale crollo delle borse, gli unici che festeggiano sono i titoli dell’industria bellica e della sicurezza informatica.



Se Biden ha appena chiesto al Congresso americano altri 10 miliardi per l’Ucraina, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha promesso di aumentare la spesa militare del Paese di 100 miliardi di euro quest'anno, con ulteriori incrementi successivi nei prossimi anni. Una situazione mai successa in Germania dalla fine della seconda guerra mondiale.

Insomma il banchetto è iniziato e la musica è scandita dai tonfi sordi delle bombe... qualche numero: se la Germania sta fornendo all'Ucraina 1.000 armi anticarro e 500 missili Stinger terra-aria, l'Italia sta preparando i bancali dove inviare sistemi anticarro e antiaereo, mitragliatrici leggere e pesanti e mortai, per un valore stimato tra i 100 e 150 milioni ma ovviamente anche Francia, Olanda, Belgio, Lituania, Polonia, Usa, Gran Bretagna e Turchia non stanno a guardare e si fregano le mani. Un rimpianto: peccato che il nostro Matteo Renzi abbia sacrificato la Piaggio Aerospace svendendola ad un fondo sovrano di Abu Dhabi che poi l'ha svuotata delle tecnologie, altrimenti avremmo potuto fornire noi anche i droni che invece fornisce all'Ucraina una azienda turca, la Bayktar, del genero del presidente Recep Tayyip Erdogan.











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Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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