• Lino Rialti

Covid: possiamo salvare il mondo prima di cena


Rapporto uomo-animale: difficile binomio che, per molti, stride nell'accostamento. Quello che la scienza ci dichiara e che molti di noi tentano di nascondersi, di negare, il nostro essere animali. Da millenni tentiamo di elevarci a quello che vorremmo essere, l'aspirazione a sentirsi degli dei o, perlomeno, loro discendenti e cerchiamo in questo modo di dimenticare quello che in realtà siamo, come detto animali, mammiferi come tanti altri su questo martoriato pianeta. Sicuramente però siamo gli unici ad avere più colpe che meriti. La nostra intelligenza, unita al dito opponibile ci hanno portato sulla sommità di una piramide che però rischiamo di far crollare. Abbiamo smarrito, speriamo non definitivamente, la visione francescana del cosiddetto creato.



Questo volerci distinguere statuendo, con arroganza, la nostra superiorità, ci ha portato esattamente dove siamo: al centro di una pandemia. Un ennesimo campanello d'allarme che, ancora una volta, sembra non attrarre l'attenzione sul vero problema: il nostro rapporto con noi stessi e con i nostri coinquilini, le "specie compagne", come le definisce argutamente una filosofa della scienza, la belga Vinciane Despret.



I nostri compagni di viaggio, comunque, sono tutte, ma proprio tutte le specie viventi di questo pianeta, anche nelle forme più primordiali, anche i virus , insomma, sono, a pieno diritto, coabitanti se non proprio nostri fratelli (ovviamente soprattutto nostri progenitori). Abbiamo, in pratica, voluto dare un volto ed una volontà al virus, il Coronavirus, che è stato disegnato, descritto e dichiarato, per definizione come cattivo ed abbiamo imparato ad odiarlo, non solo tra i bambini, come si farebbe con un essere intelligente ma perfido.




Mettere da parte l'arroganza e la presupponenza della superiorità umana, oltre ad essere un atto salvifico, per motivi che poi affronteremo, ci riporta in una condizione di osservazione, di ascolto. Nella nostra frenesia moderna abbiamo perduto la capacità di osservare, fermandosi a guardare ed a sentire quello che gli altri abitanti del pianeta ci dicono. Messaggi bruschi come la scomparsa di specie, l'interruzione delle millenarie rotte migratorie, l'inurbamento dei selvatici sono solo alcuni aspetti di questi messaggi che la natura ci sta inviando.


Un messaggio forte e chiaro arriva da questa pandemia: abbiamo interagito in modo erroneo con gli ambienti naturali. Se da una parte abbiamo deforestato e distrutto habitat selvatici, dall'altra abbiamo abitato proprio alcuni di quei luoghi, invadendo spazi non destinati a noi. L'altro aspetto è lo sfruttamento di alcune specie viventi: l'allevamento intensivo, meccanizzato, industrializzato denatura ogni aspetto della nostra presunta humanitas teorizzata già dai membri del Circolo degli Scipioni. Ma di senso della compassione ce n'è poco anche tra i cacciatori quando avvistano una preda e si pervadono l'essenza di adrenalinica eccitazione nell'atto dell'abbattimento. La nostra natura animale, nonostante ci sentiamo i migliori, fuoriesce e trabocca. La pratica venatoria, poi, avvicina a potenziali serbatoi virali, a noi sconosciuti e mette a rischio la cosiddetta biosicurezza. Le conseguenze potrebbero essere catastrofiche se, come abbiamo visto accadere negli allevamenti di visoni in Italia, nel nord europeo ma anche negli Usa, avvenisse un salto di specie di qualche virus pandemico negli allevamenti intensivi di animali destinati alla produzione di carne.



Ma il confronto con la realtà è ostico, coriaceo, indigeribile, ed allora si passa alla difesa. La colpa è sempre non nostra, è lontana da noi. Siamo rapidi nel saper criticare l'operato altrui ma renitenti e riluttanti nel saper vedere le nostre pecche. E' colpa dei cinesi che mangiano i pipistrelli o peggio, saremmo tutti vittime di una cordata di poteri occulti e forti che avrebbero avuto un piano segreto. Infatti è proprio così, la cordata di poteri forti esiste: siamo proprio noi stessi. Siamo noi con i nostri comportamenti ad aver causato questa pandemia. Che sia sfuggita da un laboratorio genetico o che abbia infettato un consumatore di carne di pipistrello.



Urgono provvedimenti che prevengano questi pericoli. La risposta delle Istituzioni? "Faremo la guerra al virus", non esiste una affermazione più insulsa e vuota, oserei dire populista. Come si fa a fare la guerra ad un virus, la guerra si dovrebbe fare alle nostre abitudini, alle nostre convinzioni, al nostro approccio all'altro ed al mondo, soprattutto, alla natura non madre ma matrigna.



Quindi, invece, dichiariamo guerra al virus. Lo stato di guerra comporta vantaggi per alcuni, soprattutto tra i governanti. Si possono rimettere in soffitta, almeno per un po, i propositi scomodi come quelli ambientalistici, si possono costringere le masse a sottoporsi a restrizioni, si possono, poi, additare i dissidenti come nemici perché sabotatori dello sforzo collettivo.



Il Governo italiano si è approfittato, come e più tutti gli altri, quando ad esempio ha eluso la realtà dei fatti, l'ha edulcorata, come quando, da inizio pandemia, ci ha abituato a provvedimenti normativi a scadenza ravvicinata, come per dare la speranza di una fine imminente e ravvicinata dei problemi, non considerando che questa tattica alla lunga sfibra e spazientisce la popolazione che si disorienta. Si vedano il "liberi tutti" di quest'estate con la conseguente risalita dei contagi o il più recente cashback governativo per spingere i consumi salvo poi vietare gli assembramenti dei consumatori accorsi nei templi del commercio, i centri commerciali, giunti all'altare del commercio agonizzante. Insomma l'infantilizzazione della popolazione è una tecnica collaudata in questa "guerra al virus", al fanciullo, al quale si nega, per etimo, la parola, la replica. I governanti, come genitori inesperti, confondono la prole con comandi ed insegnamenti configgenti e contraddittori.



Nel frattempo il linguaggio dei politici ma, soprattutto, dei virologi, divenuti nuovi vip mediatici, ci ha introdotto un concetto: eradicazione. Questa parola fa venire in mente scene truci, è incomprensibile in questo contesto, anche perché un virus non si eradica, non ha radici, è ubiquitario. Ma questo è uno degli idiomi utili in una guerra, soprattutto in fase di chiamata alla mobilitazione immobile del lockdown.



Sociologicamente è interessante notare quanto sia non collettivizzabile l'elaborazione del lutto. Le notizie delle innumerevoli morti, ancorché quotidiane, non hanno fatto altro che ingenerare paura e rabbia che, se non bene incanalate, possono portare a problemi serissimi anche di sicurezza. Qui vengono in mente boutade ed affermazioni dei populisti di turno che cavalcando la numerologia pandemica hanno tentato la spallata politica infischiandosene delle possibili conseguenze e dei pericoli. L'ingegneria della paura fa proseliti e porta all'incasso rapido, il rischio di sconvolgimenti non interessa al populista che è intento solo a preservare la sua posizione dominante costi quel che costi.



L'unica speranza è quella che l'essere umano, almeno nella stragrande maggioranza dei casi è un essere pacifico ed ha una grande caratteristica, quella della brevità della memoria ed una ancor più grande capacità, quella della auto-anestetizzazione crescente. Ossia siamo in grado di sopportare, in maniera incrementale, notizie, via via più crude. Ci siamo abituati, come hanno raccontato i reduci superstiti dai campi di sterminio nazista, anche di quelle atrocità che tendiamo a dimenticare in parte ed in parte a ricordare, come se le avessimo vissute sotto l'uso di sostanze psico-attive.



Questi principi si replicano quotidianamente nella visita al supermercato. Il reparto carni, con la sua bella mostra di parti anatomiche sanguinolente, dovrebbe rammentarci che qualche giorno prima quegli organi erano "montati" su un essere vivente, invece tendiamo a rimuoverlo in ogni modo e, dove non riusciamo, ci viene in soccorso la tecnica di marketing. Panatine, medaglioni, polpettine in crosta di pane, oppure packaging sfavillante e mascherante e poi fette e tocchetti che allontanano la realtà dal suo passato.



Il futuro è nelle nostre mani e la salvezza della terra inizia da ognuna delle nostre azioni. Come dice lo scrittore Jonathan Safran Foer, possiamo salvare il mondo prima di cena.




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Chi sono

Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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