• Lino Rialti

E' morta tre volte ma ancora soffre per un aborto



Francesca è morta, è morta per tre volte. Le prime due, Francesca, lo sapeva, era consapevole. La terza lo ha scoperto a distanza di anni. Ha visto il suo nome, scritto su di una croce sbilenca ed a pennarello. Francesca è una delle madri che si è vista violentare dagli artefici del cimitero dei feti.


Ovviamente Francesca si è sentita morire la prima volta quando ha deciso di abortire, un aborto terapeutico non è mai una passeggiata, viene messa a durissima prova la tenuta mentale di una donna. La seconda volta, che lei pensava fosse l'ultima, è morta quando si è dovuta recare in ospedale per effettuare l'interruzione di gravidanza, con tutti gli annessi e connessi, strascichi, anche fisici, di quella che è, sicuramente, anche, una grande sofferenza psichica. Ma la terza volta non pensava che potesse esistere. Invece si è materializzata, dopo anni, quando la ferita dell'aborto si era quasi cicatrizzata, è apparsa come per una strana magia, una makumba, una magia nera. Cosa è successo? Qualcuno, invece di smaltire correttamente il feto, se ne era appropriato, aveva inscenato un funerale e aveva seppellito il suo feto nel cimitero romano di Prima Porta. Quel qualcuno si era arrogato anche il diritto di scegliere una religione e di attribuirla al feto. Lo aveva seppellito sotto una croce bianca. Ma l'aberrazione non era finita, Francesca si era vista indicare con nome e cognome su quella croce, quindi come una madre degenere, una colpevole di quello scempio che aveva portato il feto a giacere sotto la croce bianca.



Francesca, sconvolta ha dichiarato ad un giornalista del Corriere della sera: "C’era una tomba a mio nome e non lo sapevo". E' anche una gravissima violazione della privacy. Se si pensa che per ritirare un referto, per esempio, di un esame del sangue si viene identificati e, se lo si fa a distanza, vengono, giustamente, messe in atto tutte quelle tecniche per il mantenimento della riservatezza, sembra inspiegabile e non verosimile che fatti del genere possano accadere. C'è coinvolta più di una struttura sanitaria, vari ospedali, che si sono prestati a questo assurdo gioco al massacro della donna. C'è la voglia di "correggere la legge sull'aborto" da più parti e questo è il risultato.


Chiaramente varie associazioni femministe si sono prodigate per fermare lo scempio. Una tra le più attive è stata, in questo caso l'associazione romana Differenza Donna, il cui ufficio legale ha deciso di procedere a una class action, visto che assieme a Francesca si sono trovate tante altre donne, tutte nella stessa condizione, tutte con il loro nome su di una croce bianca, a loro insaputa, in una parte del cimitero romano di Prima Porta.


Il Garante della Privacy ha aperto un'istruttoria per capire se siano state violate le norme in vigore sulla riservatezza dei dati sensibili da parte di tutte le figure coinvolte a danno delle donne.



Anche la Procura della Repubblica di Roma si è mossa ed ha aperto un fascicolo, al momento contro ignoti, per capire se ci siano state violazioni della privacy ma anche per un reato più grave, che si qualifica giuridicamente nella violenza privata, ossia il costringere qualcuno a fare atti contrari alla propria volontà.


Come Francesca, la storia di Marta, anche lei ha subito un aborto terapeutico in un ospedale romano, non ha dato l’assenso alla sepoltura del feto, non le era mai nemmeno stato chiesto. Ma, sentita la storia di Francesca, si era allarmata, aveva chiesto all'ospedale se avessero avuto notizie di queste pratiche ma la risposta era stata evasiva. Anche lei ha trovato il suo nome e cognome su di una croce bianca e sbilenca a Prima Porta.



Ma le loro due storie, praticamente sovrapponibili, sono quelle di centinaia di donne, sono centinaia le croci di legno o di ferro, ammassate in un diabolico disordine sul terreno dei settori 89bis, 91 e 92bis del campo santo di Prima Porta. La maggior parte delle targhette sono illeggibili ma le croci sono lì. Croci rotte, ammassate, buttate tra i cespugli, qualche giocattolo, anch'esso sporco e rotto corona questa barbarie. Nomi di donna Italiani, romeni, rom, slavi, polacchi, sudamericani. Queste sono le donne che sono state volutamente messe alla berlina, sono quelli delle madri che hanno interrotto la gravidanza per motivi terapeutici fra la 20ª e la 28ª settimana di gestazione. Ma, come molte donne hanno denunciato, molte, se non quasi tutte, non avevano dato l’assenso alla sepoltura e poi a comparire su di una croce bianca, quando magari, alcune di queste donne, hanno altri credo religiosi.


L'Ama, la società che gestisce i servizi cimiteriali, si difende affermando che la scelta del simbolo della croce "è quello tradizionalmente in uso in mancanza di una diversa volontà".


Già si assiste ad un tristissimo scaricabarile tra aziende ospedaliere ed Ama, la società che gestisce i servizi cimiteriali in convenzione con il Comune di Roma. L'Ospedale San Camillo ha fatto sapere di aver comunicato gli unici dati riferibili ai feti, quelli delle madri, solo per permetterne l'identificazione in fase di trasporto e sepoltura, la municipalizzata invece sostiene di aver applicato il regolamento di polizia mortuaria e aver riportato i dati personali comunicati dalle Asl.


Chiaramente un atteggiamento dei due enti "inquietante e irresponsabile", secondo il Coordinamento donne dell’Anpi Roma, mentre la vicenda è approdata anche in Parlamento e in Regione. Sia il capogruppo della Lista Zingaretti nel Lazio che il deputato radicale Riccardo Magi si stanno muovendo a più livelli per "eliminare la discrezionalità che ha portato al caso del cimitero Flaminio" e per far approvare al Campidoglio "una modifica del regolamento comunale per l’eliminazione immediata di tutti nomi dalle croci". E magari sarebbe il caso di trattare le donne con maggior rispetto e di rispettare le loro volontà. Abbiamo una legge che deve essere applicata. La legge del 22 maggio 1978 numero 194.



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Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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