• Lino Rialti

Forse il Covid ci salverà



L'ottimismo ci porterebbe a dire che questa pandemia ci lascerà migliori. Storicamente è sempre avvenuto così? Forse proprio no. Un esempio è costituito dalla grande epidemia di colera a Napoli tra il 1836 ed il 1837, nella quale morì anche il poeta Giacomo Leopardi. In una città cresciuta caoticamente ed a dismisura per l'inizio dell'era industriale, terminato il problema sanitario, iniziò il lungo e travagliato periodo del "risanamento" di Napoli. Lavori appaltati e poi sub-appaltati dove la corruzione ed il malaffare portarono alla realizzazione di "lavori di facciata", fatti anche malamente che non risolsero i problemi ma che permisero l'arricchimento illecito di molti.



Ma la storia, anche antica, è ricca di epidemie e pandemie dove a rimetterci sono stati sempre i soliti noti. La “peste antonina” tra il 160 ed il 180 dopo Cristo, uccise in Italia tra il 10 e il 30 per cento della popolazione. Poi la peste di Cipriano datata 249-270, con la popolazione, non solo italiana, ma di tutto l'impero, decimata di un ulteriore 30%, di fatto l'inizio della decadenza imperiale romana. Ma poi la peste di Giustiniano, tra il 541 ed il 542 con 50 milioni di vittime, praticamente la metà della popolazione delle aree colpite, causando danni economici gravissimi e di lunga durata, fermando il progetto di riunificazione imperiale di Giustiniano. Fino a questo periodo, le pandemie sono state quasi trasversali, hanno colpito, cioè, ricchi e poveri, agiati e disagiati anche se tra i poveracci, sicuramente, hanno sempre costituito un problema più grave.



Il vero divario sociale, però inizia a delinearsi già con la Peste Nera, quella del 1347, citata nel Decameron, che eliminò la metà della popolazione del continente europeo ma anche di tutti gli altri Stati che si affacciavano sul Mediterraneo. Da quella pandemia derivarono lunghe carestie che affamarono e debilitarono gli strati più umili dei popoli colpiti.



Dobbiamo attendere fino al seicento, con la pestilenza manzoniana del 1629, per iniziare a vedere la realizzazione di misure di contenimento attivo del contagio massificate, come la chiusura di confini statali, l'ampliamento dei lazzaretti, sino ad allora in uso solo per la lebbra, l'isolamento ed il confinamento dei malati. La quarantena, che, nata a Venezia già alla fine del 1300 con l'istituzione dell'Isola del Lazzaretto, vede la sua infelice diffusione in questo periodo.



Alla malattia ed alla fame si affiancò anche un ulteriore fatto peculiare sociologicamente interessante. Fu l'inizio di persecuzioni, anche sanguinose, nei riguardi di reali o, più spesso, presunti untori. Le odierne teorie complottistiche hanno la loro origine e possono essere fatte risalire così indietro nel tempo, infatti, già da allora, venivano identificati nemici sociali che, per oscuri motivi e per improbabili tornaconto, avrebbero sparso ad arte il morbo. E subito la Chiesa si appropriò della vera chiave di volta e, se da una parte sibilava parole del tenore di "castigo divino", dall'altra rendeva possibile la "salvazione" dell'anima, ma anche del corpo, attraverso una serie di ritualità appositamente studiate e sempre accompagnate da un obolo, anche se proporzionale alle possibilità.



Ma le malattie, viste con l'occhio nudo miope ed ignorante e non col microscopio della scienza, alimentano anche credenze e odi razziali. Un esempio lo costituisce la sifilide, definita "mal francioso" in Italia ed in molte parti d'Europa ma che in Francia era invece definita "mal napolitain". Insomma se è vero che siamo un animale sociale, nei periodi difficili, per trovare la forza di reagire, dobbiamo trovare sempre un nemico contro cui coalizzarci e la storia è piena di polulisti pronti ad indicare chi maledire ed a buttare fango su chi cerca di portare la "ggente" fuori dal guado, magari anche commettendo errori, se non reati, ma pur sempre provando a farlo.



E allora perché questa pandemia, che è solo l'ultima in ordine di tempo, dovrebbe migliorarci? L'egoismo, alimentato dall'istinto di sopravvivenza, è il sentimento predominante. All'inizio del lockdown ci siamo illusi di essere tutti affratellati, tutti uniti nel cantare dai balconi. Quella è una fase, che è sempre esistita all'inizio dei momenti difficili, fa parte della prima reazione allo sbandamento, al disorientamento, alla paura dell'ignoto. Ed allora si fa unione, il popolo si unisce cantando e lodando all'unisono. Prima lo si faceva nelle chiese, nelle sinagoghe, nelle moschee, oggi i balconi sono stati il luogo della speranza. Ma di breve durata, quando si torna lucidamente cinici e si realizza chi si è e dove si va, si torna a vestire i panni tradizionali. Indossati i costumi che ci caratterizzano, torniamo a puntare il dito che ci separa, noi contro loro, altro che distanziamento sociale, qui si tratta di differenziare ed acuire peculiarità fatte assurgere a caratteristiche superiori da contrapporre a quelle inferiori degli esseri da ributtare in mare, da rispedire a casa loro perché portatori di pericolosi germi altamente infettivi, i germi della differenza, della diversità, che sia estetica, di colore, di costumi, di orientamento sessuale, alimentare o di religione.



Ora siamo in questa triste fase, la fase dell'innamoramento sociale è finita. La rabbia, il rancore, la frustrazione, il malcontento, l'egoismo sono tornati più forti di prima. Noi genere umano, in ogni dove, non solo in Italia, siamo arrivati a creare un movimento variegato e trasversale di complottisti, di negazionisti, di odiatori, di violenti. Sono, purtroppo sempre più frequenti episodi allucinanti: gente che ostacola le ambulanze e che contesta ai soccorritori di voler spargere il terrore attraverso il suono delle sirene. Siamo arrivati a tirare sassi alle ambulanze, a romperne i parabrezza, a malmenare medici e soprattutto infermieri e, allora, come possiamo sperare di trarre una lezione da questa pandemia?



L'unica speranza resta da riporre nel potere infettante del bene, del buono e del giusto. Questa pandemia, dovuta alla Covid-19, ha scoperchiato definitivamente il vaso di Pandora. L'insostenibilità dell'attuale modello economico è palese e ce lo ricorda lo stringente problema della sua insostenibilità a livello ambientale. Le risorse del pianeta non sono infinite e le stiamo divorando in modo irresponsabile trincerandoci dietro all'illusione della tradizione.



Già, la tradizione... Se si è fatto sempre così, ma si è sbagliato, allora bisogna cambiare. Cambiare modello economico. Cambiare modello energetico. Cambiare modello di sviluppo edilizio. Cambiare subito dieta, abbandonando il consumo alimentare delle costosissime (sotto tutti gli aspetti) proteine animali.



Insomma tornare ad impattare, in maniera sostenibile, sul pianeta per lasciare un luogo vivibile ai nostri figli ed ai nostri nipoti, si può e si deve fare, questa pandemia ci ha dato la chance di farlo, non buttiamo questa ultima possibilità. Chi verrà dopo di noi, se lo faremo, ci benedirà. Se non lo possiamo fare per convinzione, allora lo dovremmo fare per egoismo.



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