• Lino Rialti

Israele: ebrei vaccinati, arabi scettici e la Palestina muore



Corsa ai vaccini: Israele vince alla grande. Infatti, ad oggi, sono oltre un milione i cittadini israeliani, su una popolazione totale di 9,2 milioni, oramai ad essere stati vaccinati, ben oltre il 10 %. Le le inoculazioni procedono a tappe da 150.000 iniezioni al giorno e, di questo passo, a marzo tutti saranno stati vaccinati e moltissimi avranno ricevuto la seconda dose del siero Pfizer e saranno quindi al sicuro dal Covid-19, la loro economia potrà così ripartire.



Un bel quadro quello israeliano, purtroppo le tinte sono molto più fosche in quello palestinese. Per loro si prospetta una lunga attesa. La Russia ha promesso loro la fornitura del siero chiamato Sputnik ma questo vaccino difficilmente comincerà ad arrivare prima di marzo. E poi, mentre in Israele il modello sanitario è sovrapponibile ad uno occidentale ben strutturato, in Palestina la sanità fa acqua da tutte le parti.



Israele ha fatto sapere che anche loro, insieme ai russi, forniranno i vaccini ai palestinesi ma solo dopo aver vaccinato tutti i loro cittadini. E questo non fa che ampliare le ingiustizie ed inasprire ulteriormente i rapporti, come se ce ne fosse bisogno.



Infatti la realtà stride agli occhi dei disperati di Gaza e dintorni, a pochi chilometri di distanza, in poco più di due settimane sono quasi due le persone su dieci ad aver ricevuto l'inoculazione vaccinale, portando Israele in vetta a questa speciale classifica mondiale. In Palestina ancora sono pochissimi i fortunati che hanno potuto vaccinarsi. L'Israele, un esempio di organizzazione, pianificata da mesi e portata avanti grazie all'organizzatissima macchina medica e militare, cosa impossibile nel caos e nella miseria palestinesi.



E poi è anche una questione religiosa e sicuramente culturale e di conoscenza. Infatti il divario, tra vaccinati e non, è enorme anche tra i cittadini israeliani. Gli ebrei sono tutti pronti alla profilassi: già inoculati o in lista per il vaccino, di contro un misero 20% tra i cittadini di origine araba. Questo per diffidenza e paura e così non si mettono in lista d'attesa.



Di questa impasse si stanno avvantaggiando i cittadini di religione ebraica, per saltare la fila e fare prima, senza perdere tempo e non pensandoci due volte, si spostano nelle campagne e nelle città arabe o nelle periferie, dove la presenza araba è più massiccia e dove i centri vaccinali hanno posto. Questo entusiasmo lo si deve anche allo sforzo dei rabbini, con in testa il rabbino capo Sefardita d'Israele Rishon LeTzion, che hanno dichiarato all'unisono, in una lettera aperta, l'importanza “a vaccinarsi quanto prima per prevenire un pericolo per sé e per gli altri”.


E così, per controbilanciare le lunghe liste d'attesa dei centri vaccinali delle città a prevalenza ebraica, che sono anche di due o tre mesi, gli israeliti si spostano verso le città arabe come Baka al-Gharbiah Umm el-Fahm o Nazareth dove, oramai, l’80% dei vaccinati sono ebrei che arrivano li da altre città. Qui gli appuntamenti sono a 24 ore o addirittura ci si inocula senza appuntamento.



Il governo d'Israele sta pompando la notizia del primato mondiale vaccinale, omettendo però i problemi religiosi ed etnici. Questa notizia, se ben gestita, potrebbe rivelarsi utilissima alle le prossime elezioni, potrebbe valere addirittura la vittoria per chi se la riuscisse ad intestare. Ed un successo del genere fa gola, sicuramente, al premier Netanyahu. Potrebbe mettere in ombre e nascondere gli insuccessi e i problemi del governo attuale oltre far dimenticare l'estrema instabilità politica che li sta riportando per la quarta ed ennesima volta alle urne in due anni.



Ma se da una parte la diffidenza nei vaccini degli arabi è comoda per gli ebrei che così riescono a vaccinarsi tutti presto, questa, però, costituisce anche un potenziale grave pericolo. Infatti senza la copertura anticorpale, anche della fetta di popolazione araba, in Israele non si potrà avere la immunità di gregge tanto agognata, sperata e pianificata dal governo israeliano per marzo.



E così il ministro della Sanità Edelstein, assieme al premier Bibi Netanyahu si espongono e raccomandano il vaccini, facendo il tour dei centri vaccinali in molte città arabe raccomandandosi di "non aver paura del vaccino. Il vaccino è sicuro, protegge noi, le nostre famiglie e il nostro Paese. Ne abbiamo portato a sufficienza per tutti, ebrei e arabi, religiosi e laici. Tutti possono e devono vaccinarsi”.



La percentuale degli arabi che al momento si sono vaccinati, nonostante questo sforzo mediatico, è al di sotto al 5% e così il Commissario israeliano per la lotta al Covid-19, sta facendo partire una campagna massiccia: pubblicità a tamburo battente, apertura di ambulatori anche nei villaggi più piccoli, ma soprattutto punta sul potere persuasivo del personale sanitario di territorio. Centri vaccinali mobili, su ruote, sono stati approntati e raggiungono i luoghi più sperduti. Comunque sono i medici di famiglia e gli infermieri ad avere il compito di rassicurare sulla innocuità del vaccino e soprattutto su di un fatto peculiare che si è diffuso tra gli arabi attraverso i social, una fake news bestiale: il vaccino comprometterebbe la fertilità. Di questo delicato argomento dovranno parlare i medici ai riservatissimi maschi arabi musulmani.



Il ministro Edelstein sta sperando anche nella forza dell'esempio, la persuasione attraverso il personale sanitario arabo, che costituisce oltre il 20 % del totale del comparto, nei confronti dei propri congiunti, delle proprie famiglie: “Se ognuno di loro portasse la propria famiglia a vaccinarsi, già sarebbe un passo enorme”, infatti ha dichiarato Edelstein.



Per ultima la carta della persuasione attraverso gli imam che sono stati invitati a caldeggiare le vaccinazioni inserendo nei sermoni della preghiera del venerdì l’importanza della vaccinazione.



Insomma Israele è ben messo per la lotta al Covid-19 e presto vedrà la sua popolazione coperta dal rischio. Resta il problema palestinese. Non se ne parla o se ne parla troppo poco. Ma sono diverse decine di migliaia i palestinesi che entrano quotidianamente in Israele per lavoro, tra questi ci sono sempre più positivi. Certi mestieri e lavori vengono riservati solo a loro. Il rischio si annida lì. Un serbatoio pericoloso. Anche Israele lo sa.



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