• Lino Rialti

L'Africa rinasce attorno alla sua Via della Seta



L'Africa volta pagina e si organizza commercialmente. Nasce il Afcfta (African Continental Free Trade Area), la Via della Seta Africana. Si tratta di un accordo storico che finalmente crea un'area di libero mercato nel continente africano.



Il Covid-19 ed i suoi problemi hanno posticipato l'entrata di in vigore di questo importantissimo accordo, che sarebbe dovuto entrare in vigore a luglio e che invece è partito con l'avvio del 2021. Tutti gli Stati africani lo hanno sottoscritto, tranne l'Eritrea che, per ora, si è solo riservata la possibilità di entrare in seguito, avendo paura di perdere importantissime quote del mercato manifatturiero per lei essenziali.



Certo le diffidenze sono state notevoli, le difficoltà logistiche immani e le infrastrutture sono, per la maggior parte, da realizzare o, al più, da adeguare, ma tant'è, proprio per questo la notizia dell'inizio di questi liberi scambi è importantissima.



Finisce, di fatto, con questi accordi, l'era coloniale, rimangono gli sfruttamenti e, soprattutto, gli sfruttatori, ma ora c'è una possibilità in più per uscire dalla morsa degli strangolatori economici, dei ricattatori, dei manipolatori. Ora l'Africa potrà tentare di affrancarsi dal rapporto viziato intrattenuto con la maggior parte degli Stati europei, degli Usa, dell'India, della Cina, dell'Arabia. Ora ogni Stato africano potrà, senza dazi vendere o scambiare la merce con ognuno degli altri componenti l'accordo e si potrà creare un mercato interno di oltre un miliardo e 216 milioni di potenziali clienti e fruitori di beni ed anche di servizi.



Questo accordo di libero scambio, alla stregua di quello in vigore tra i Paesi europei, ha la potenzialità, finalmente, di poter far uscire milioni di persone dalla povertà e dallo sfruttamento. La banca Mondiale ha stimato che l'effetto di questo storico accordo potrebbe essere dirompente, facendo incrementare i volumi d'affari di almeno il 52% nel prossimo biennio, incrementando il reddito del continente di almeno il 7%, pari a 450 milioni di dollari. Una immensa quantità di persone, 30 milioni, entro il 2035, potrebbero uscire dalla povertà, grazie agli effetti del trattato. Un dato spicca su tutti, sempre il rapporto sul trattato della banca Mondiale individua nelle donne le maggiori beneficiarie. Queste potrebbero finalmente vedere colmato il gap di generazione di ricchezza coi maschi e potrebbero vedere migliorare la loro condizione socio-economica.



Si comprende l'importanza di questo accordo da un dato: gli Stati africani esportano internamente al continente, ad oggi, solo l'8% dei loro prodotti contro una media che si aggira attorno al 70 % dei Paesi europei.



Fino ad oggi le procedure doganali, peculiari, definibili "a mosaico", le chiusure anche ermetiche di certe frontiere, hanno portato povertà, miseria ed incremento delle iniquità sociali. La pandemia in corso ha peggiorato tutto il quadro, incrementando la povertà soprattutto dei certi meno abbienti, che in questo continente sono vastissimi.



Il prodotto interno lordo continentale, in costante crescita fino al 2014, da quell'anno ha visto un tracollo e nonostante l'attuale trend di ri-crescita, ancora non è riuscito a riprendere i livelli pre-2014. Questo accordo con la relativa liberalizzazione delle tariffe e la delle quote, sempre secondo i dati previsionali pubblicati nel sito della Banca Mondiale, porterebbero ad un aumento del 2,4% dei redditi, circa 153 miliardi. Il restante 4,6 %, ossia 292 miliardi, verrebbe dalle misure di facilitazione del commercio, che puntano ad abbassare la burocrazia, a rendere più contenuti i costi di conformità per le imprese impegnate nel commercio e a incentivare l’inserimento delle imprese africane nelle catene di approvvigionamento globali.



Ma la burocrazia e la rinuncia alle entrate dei dazi doganali non sono le uniche difficoltà, l'Africa è un continente che è cresciuto sulle infrastrutture coloniali. In Africa esistono direttrici che collegano l'hinterland con i porti marittimi, studiati dai colonizzatori per portare all'estero i beni, la rete infrastrutturale interna è rudimentale, dove esistente, se si escludono paesi come l'Egitto ed il Sudafrica, che sono forniti di infrastrutture adeguate ai bisogni. Quindi il problema più urgente è l'organizzazione di un reticolo soprattutto di strade e strade ferrate che possano permettere la realizzazione di quanto potenzialmente è stato messo nero su bianco. I cinesi sono già in prima linea e da anni stanno lavorando alla realizzazione di certe infrastrutture. Ora potrebbero diversificare la loro offerta su questo ambito, quello della mobilità intestatale, vedendo però crescere il loro controllo economico già enorme. D'altro canto la maggior parte degli Stati africani, da sola, non sarebbe in grado di realizzare opere faraoniche in tempi rapidi e qui il tempo è letteralmente denaro.



43 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti
Chi sono

Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

  • Twitter Black Round

© 2023 la riproduzione, anche parziale, è riservata

La collaborazione a La Mollica è da intendersi gratuita e senza alcun corrispettivo salvo accordi scritti preventivamente pattuiti.