• Lino Rialti

La buona pesca di Conte



Liberare 18 persone prigioniere da 108 giorni è sicuramente una buona cosa. Se poi lo si fa a favore di telecamere, per un politico è anche conveniente.



E così è stato organizzato, a ridosso del Santo Natale, un vero e proprio blitz del nostro premier Conte e dello stellato ministro Di Maio a Bengasi, la roccaforte del generale Haftar. La scorribanda è riuscita, infatti sono stati liberati i 18 pescatori che erano reclusi da 108 giorni nelle prigioni libiche. Insomma, un vero successo, un trionfo.



Era dal primo di settembre che due equipaggi di altrettanti motopesca erano stati fermati ed incarcerati. I due pescherecci erano stati bloccati dalle motovedette libiche con l'accusa, annosa e ripetitiva, di aver sconfinato nelle acque territoriali della Libia.



Sembrava una storia senza fine, l'angoscia dei familiari era montante e la politica locale aveva chiesto aiuto a quella nazionale. I servizi della nostra intelligence, assieme alla nostra diplomazia hanno così iniziato un lungo lavoro sottotraccia che alla fine ha portato al bel risultato.



Ma esiste un lato amaro: lo scambio delle 18 vite. Infatti di scambio si è trattato. All'Italia era stato chiesta la liberazione di quattro scafisti libici imprigionati in Italia con la scusa che fossero calciatori ma alla fine il conto è stato ben più salato. All'Italia è costato il riconoscimento implicito ed esplicito del generale Khalifa Haftar quale figura di riferimento, insomma quasi una incoronazione. Speriamo che nell'accordo segreto non vi sia anche una qualche forma di assoluzione per i quattro mercanti di carne umana.



Ovviamente Matteo Salvini, bravissimo guastatore, ha visto subito il vulnus è lo sta cavalcando chiedendo che "il governo riferisca in Parlamento per capire quale sia a questo punto il ruolo dell’Italia nella crisi libica e dunque nello scacchiere internazionale".



Intanto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, all'uscita del colloquio con Haftar, sfrutta il momento ed afferma alla stampa "Avevamo promesso di portarli a casa entro Natale e lo abbiamo fatto".



Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, chiamato da Conte per un resoconto, ha espresso la sua soddisfazione per la liberazione dei pescatori.



Fino a qui la cronaca. Come sappiamo, la Libia è, oramai, un terreno impervio e scivoloso. Due loschi capipopolo, Haftar ed Al-Serraj, si contendono, da tempo, ognuno dai suoi territori d'influenza, la Cirenaica e la Tripolitania, l'intero territorio nazionale con ogni mezzo e senza esclusione di colpi. In gioco ci sono interessi miliardari, potere per se e per le proprie genti, nonché la possibilità di lasciare in eredità alla propria stirpe un vero regno assoluto.



In un momento storico complesso, la politica estera italiana fa acqua da tante parti. Stare col piede in due staffe, come fa il nostro Governo, può essere pericoloso, qualche giorno fa era stato incontrato a Roma, in visita privata, il premier libico Fayez al-Sarraj e si era parlato anche della vicenda dei pescatori. Insomma, correttezza a parte, ne va della credibilità della nostra diplomazia.



Al-Serraj sarà forte, ma il generale Haftar ha una qualità che lo rende molto interessante, soprattutto in questo momento, ossia la vicinanza con il presidente egiziano Al Sisi. Infatti, sono febbrili le trattative, in questo periodo, per addivenire ad una qualche collaborazione col Governo egiziano, nella triste vicenda di Giulio Regeni, rapito, torturato ed ucciso dal Mukhabarat, il servizio segreto egiziano. Fino ad oggi tante promesse, qualche foto, qualche nome di disperati già uccisi e pochissime concessioni, dagli inquirenti egiziani. Farebbe comodo e non poco, col processo italiano sulla uccisione di Regeni alle battute iniziali, avere qualche elemento aggiuntivo che possa aiutare ad arrivare alla verità, trovare una versione finale ed ufficiale alla faccenda attraverso una sentenza che chiarisca le responsabilità sull'accaduto, la morte straziante di un povero ragazzo, ucciso dopo dieci giorni di torture indicibili perpetrate per fargli dire ciò che non sapeva.



Poi c'è il caso di Patrick Zaki, lo studente bolognese, arrestato al suo rientro in Egitto, il 7 febbraio scorso ed incarcerato con l'accusa di aver "tentato di rovesciare il regime al potere", accusa genericamente formulata sulla base di affermazioni vaghe e su post contenuti in un suo profilo, probabilmente farlocco, di Facebook. Patrick è in carcere, in custodia preventiva, ancora senza nemmeno una udienza preliminare del processo a suo carico. Infatti, a carico di Patrick Zaki, non sono mai nemmeno state formalizzate accuse concrete.



Si è visto che prestare il fianco, avere un atteggiamento morbido ed accomodante non ha portato da nessuna parte. La famiglia di Giulio Regeni ancora aspetta giustizia, Patrick Zaki è ancora in carcere. Fortunatamente i 18 pescatori sono in viaggio sul Medinea e sull'Antartide, i loro motopesca, e puntano le prore dritti dritti verso le loro case di Mazzara del Vallo, ma altri pescatori, se non proprio loro stessi, rischieranno di essere nuovamente rapiti la prossima volta che riprenderanno il mare. Insomma si è messa un'altra toppa alla pezza, ma il buco c'era, c'è ed è rimasto dove è sempre stato, tra Libia ed Egitto.


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