• Lino Rialti

La Giustizia secondo Bonafede non piace agli avvocati e c'è un perchè!

Aggiornamento: gen 27




Chi tocca la Giustizia è come chi tocca i fili dell'alta tensione, il rischio è la morte. La morte politica del riformatore oppure la morte della Giustizia. A volte il processo di riforma potrebbe riuscire così bene da avere un effetto globale e la distruzione sarebbe totale. Insomma la morte politica del riformatore di turno accompagnata a quella della Giustizia. Comunque la si veda, la Giustizia è stata ferita, a più riprese, negli ultimi 25 anni e potrebbe venire azzoppata del tutto con l'amputazione di tutti gli arti.



In questo quadro tragico si inserisce, come uno squarcio di luce, il disegno di legge Bonafede, che conferisce al Governo la delega per l'efficienza del processo penale e prevede disposizioni per la definizione più rapida dei procedimenti giudiziari pendenti presso le Corti d’appello. Una riforma che parte da lontano e che ha visto il ministro impegnato alla sua presentazione alla camera il 13 marzo scorso. Questa riforma, che difficilmente vedrà la luce, considerata la posizione delicata della politica in questi giorni e soprattutto in queste ore, attualmente giace in Commissione Giustizia, dove il 7 ottobre sono state ascoltate le principali istituzioni ed associazioni dell’Avvocatura. Sono pochi a dirlo e ancora meno giornalisti hanno il coraggio di scriverlo ma il Governo è in crisi soprattutto per la riforma della Giustizia di Bonafede. Le trattative serrate per la demolizione della riforma e soprattutto della già attuata riforma della prescrizione hanno trovato il muro dei Cinquestelle e da li è iniziato il patatrac.



In testa al riformatore Bonafede c'è l'asserita volontà di accelerare i tempi del processo penale, coordinando la procedura con la recente riforma della prescrizione, accorciando la durata delle indagini preliminari e mettendo mano ai lunghi tempi processuali in fase di appello.



Gli avvocati, con le loro associazioni, sono insorti, infatti secondo loro, il "blocco della prescrizione" dopo la sentenza di primo grado toglierebbe ai giudici dell'impugnazione la fretta che ora devono avere per la definizione del procedimento che sennò rischierebbe di scadere con uno yogurt. Una prima obiezione sorge spontanea: ma veramente la Giustizia amministrata con fretta è una Giustizia auspicabile? E poi, tutte le eccezioni ed i mille cavilli che conoscono bene gli avvocati di difesa, i mille testi improbabili da convocare, le uveiti o le varie aritmie degli imputati a che servono se non ad allungare il brodo primordiale dei processi così da spingerli il più in la possibile, quelli non contano?



Le associazioni degli avvocati hanno fatto sapere di sentirsi "tradite" , avrebbero voluto vedere una "maggiore efficienza del processo penale attraverso il ricorso alla depenalizzazione e all'ampliamento dei riti speciali" e non mediante nuovi “tagli” alle garanzie difensive.



Ovviamente per un avvocato è più dura quando si riducono le possibilità di impugnazione, ma il processo scorre più svelto di sicuro senza le mille cavillosità. Per quanto riguarda le indagini preliminari, quelle cioè che si svolgono in Procura per stabilire le responsabilità e le dinamiche dei reati, nonché constatare la fondatezza della notizia criminis, Bonafede ha pensato bene di introdurre tre fasce per la loro durata massima ossia 6, 12 o 18 mesi e questo in funzione della gravità del reati che si persegue. Anche qui gli avvocati lamentano che, la prevista censura per il PM che dovesse sforarle, non è sufficiente a garantire il loro cliente, il reo o futuribile tale, visto che è, giustamente, prevista comunque l'ammissibilità delle prove raccolte, anche oltre i termini, stante la censura del Pubblico Ministero ed i problemi che a lui potrebbe portare un reiterato simile comportamento. Ma sarebbe diverso se invece del cavillo si avesse in mente la promozione della Giustizia.



Agli avvocati non piace, poi, l'introduzione di una nuova facoltà per i Procuratori Capo che, se dovesse mai passare questa riforma, potranno classificare i reati per importanza rispetto alle realtà territoriali. Ossia dare vigore e precedenza a reati più critici per un determinato territorio. Per gli avvocati verrebbe "lesa l'obbligatorietà dell'azione penale", in realtà nessun reato rimarrebbe impunito, si creerebbe una gerarchia di intervento, sensata in un sistema saturo di fascicoli colmi di reati bagatellari che spesso non riescono nemmeno a sostenere l'accusa in giudizio.



Ma agli avvocati non sta bene nulla, nemmeno la tanto agognata digitalizzazione. Il deposito telematico degli atti, successivi al primo, se passasse la riforma, verrebbe fatto presso il difensore e per via telematica. Gli avvocati lamentano che sarebbe un surplus di lavoro. Nella realtà si dispiacciono perché verrebbero a decadere tutti quegli errori di notifica, i ritardi e le eccezioni che annullano spessissimo i procedimenti e li hanno, fino ad oggi, fatti scadere.



Insomma, seppur con i suoi bravi limiti, questa riforma sembra andare nella giusta direzione. Per la prima volta, dai primi anni '90, si potrebbe fare una norma organica che miri a restituire equità al processo e finalmente tenti di riportare l'azione penale al centro, insomma equidistante tra reo e vittima. Ma forse non si farà mai per colpa del Bullo di Rignano, grazie Matteo, Matteo Renzi.





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Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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