• Piero Rialti

La Segre passa il testimone e scatena ricordi




Una giornata speciale quella di ieri: l'ultima testimonianza della senatrice Liliana Segre. Il giorno del passaggio del testimone. E così un lungo applauso e una standing ovation hanno salutato sia l'ingresso che l'uscita delle senatrice alla manifestazione ospitata nella grande tensostruttura allestita alla Cittadella della Pace di Rondine, ad Arezzo. Un incontro con le scuole, questo, ma soprattutto con i giovani, che la Segre ha definito suoi "nipoti elettivi".



Un'intervento, quello della Segre, denso di ricordi che i giovani hanno ascoltato con grande attenzione ed alla fine è successo quanto sperato, hanno, in massa accettato di prendere in mano il testimone per proseguire la corsa fatta sin qui dalla senatrice a vita. Per non dimenticare "cosa vuol dire essere respinti. Si può essere respinti in tanti modi". Oggi più che mai attuale, con i populisti che vivono per dividere, per spingere ai margini intere porzioni di umanità.



Ma quella di ieri a Rondine è stata una giornata con un'atmosfera gioiosa che ha segnato la nascita di tanti nuovi ambasciatori di pace, e mi ha fatto tornare in mente dei fatti vissuti in prima persona.



Avevo cinque anni dopo l’8 settembre , ma certi ricordi rimangono indelebili, anche se, forse, il loro ricordo ripetuto li rende perpetui nella vita. Una premessa necessaria al racconto.


La nostra casa era stata occupata da una famiglia di 6 persone, in quanto l’allora podestà fascista aveva ritenuto fosse giusto penalizzare l’abitazione di un socialista (fondatore del partito nel 1902) piuttosto che occupare i cento palazzi con pochi abitanti che esistevano a Gubbio.


Ma cosi andavano le cose in quegli anni di dominio fascista.


Ritorno al punto iniziale: uno dei figli del profugo dalla Libia era un graduato della milizia fascista (G.N.R. si chiamava allora) e dormiva acquartierato nella loro caserma situata nel palazzo allora detto delle “Orfanelle” in via XX settembre. Veniva a casa solo per mangiare e vedere i suoi(i genitori, un altro fratello più piccolo e due sorelle).


E vengo al dunque: dopo l’8 settembre del 1943, già si capiva che la situazione del Nuovo Partito Nazionale Fascista era perdente. Non solo, ma c’era il pericolo che, durante le retate che i fascisti repubblichini facevano a Burano, a Morena e in quei dintorni, andassero a rischiare la pelle per la reazione armata dei partigiani che si erano rifugiati in quelle zone impervie.



E allora, scatta l’intelligenza dell’uomo fascista che ci tiene alla propria vita e vuole comunque costituirsi un alibi: mia mamma , fra le sue amicizie, conosceva bene la Marietta de Tobia che viveva in largo Steuchi davanti alla Società Operaia dove abitavamo noi e dove andavamo a sentire di nascosto Radio Londra. E cosi il graduato della Guardia Nazionale Repubblicano (della R.S.I.) comunicava a mia madre le date e i movimenti precisi dei repubblichini fascisti e dei tedeschi a caccia dei partigiani.


Mia mamma andava a comunicarli alla sua amica che era la zia di un capo partigiano che , quindi, provvedeva a spostare i suoi uomini dalla località indicata.


Dopo la liberazione del 1945 , mia madre andò a Perugia , dove era stato incarcerato il graduato fascista e depose in suo favore, nonostante i suoi avessero occupato la nostra abitazione.



C’era , comunque , un altro avvenimento: il fascista si era fidanzato con un’amica giovane di mia mamma che poi sposò.


Dopo il 1945 la famiglia di origine profuga dalla Libia si trasferì a Perugia.


Questa era la vita ordinaria vissuta in un periodo straordinariamente particolare. Allora, infatti, si poteva scegliere se perdere l'umanità e trasformarsi in carnefici o fieramente mantenerla, mantenere i propri principi, rispondere all'odio ed al sopruso con l'azione fulgida dettata dalla ragione e, soprattutto, dal cuore, il cuore di una mamma.

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