• Lino Rialti

Putin riconosce il Donbass e sfonda il confine per proteggere le Repubbliche




L'esercito russo è entrato in Ucraina: con duecentomila soldati ammassati al confine da settimane, Putin doveva trovare una soluzione. Così ha scelto: entrare nel Donbass schierando due colonne di blindati e si è fatto strada.



Prima però aveva riconosciuto l’indipendenza di Donetsk e Lugansk, con l'avvallo della Duma, ma l'annuncio è arrivato in diretta tv, dove, nel lungo discorso alla sua Russia ha definito l'Ucraina "nelle mani di oligarchi corrotti". La firma del decreto di riconoscimento, atto unilaterale, delle due Repubbliche, è avvenuta appena terminata la diretta del suo discorso televisivo.



C'è stato spazio anche per una critica ad un suo illustrissimo predecessore, un certo Lenin, già primo ministro russo negli, oramai lontani, anni tra il 1918 ed il 1924. Putin ha infatti accusato Lenin di essere colui che "creò l'Ucraina".



Così, alla fine, Putin ha concesso credito alle autoproclamate Repubbliche e si è introdotto nei loro territori con un ruolo di "peacekeeping". In queste ore l'esercito russo sta piazzando la fanteria a guardia di ponti, strade, ferrovie, scuole, ospedali, di tutte, insomma, le infrastrutture strategiche, memore della tattica ucraina di prenderle di mira. Infatti dal 2014, anno della indipendenza dalla Ucraina, questi territori sono costante bersaglio di attacchi con artiglieria leggera ma anche pesante, soprattutto lungo la linea di confine.



Fino ad oggi, nonostante i colpi dell'artiglieria non abbiano mai taciuto, l'Europa ha, in pratica volutamente, dimenticato la faccenda. Ovviamente, questo lassismo, questa incapacità a prendere una decisione dell'Europa è tale per il timore di fare un torto all'America, che ha decenni finanzia ed arma, in Ucraina, la formazione di milizie: truppe sempre di matrice neonazista in funzione anticomunista, dapprima irregolari, ora integrate all'interno delle schiere dell'esercito regolare.




E così invece queste truppe, oramai inquadrate nell'e fila e nelle schiere dell'esercito regolare ucraino, ancora con fregi ed effige palesemente naziste, bombardano oltre confine e dai territori rispondono altre cannonate. Tutti ricordano la strage di Maidan, piazza Maidan a Kiev dove morirono oltre 100 persone che manifestavano, uccise da cecchini mai scoperti e dei quali non si conosce nulla. Tra quei caduti c'erano poliziotti e soldati dell'esercito ucraino, fu una carneficina. Cosa certa è, invece, la matrice di chi prese poi le redini della protesta contro il regime corrotto del tempo. Erano certamente membri della destra, neonazisti, dei filofascisti, nazionalisti appoggiati dagli Usa.



Invece pochi conoscono, ad esempio, la strage di Odessa, fatto avvenuto poco dopo l'evento di piazza Maidan, del 2 maggio 2014. Un'altra strage tremenda, la Casa del Sindacato di Odessa fu circondata da Pravy Sektor ucraini, ultranazionalisti e guidati da ideologia nazifascista. Venne data alle fiamme con al suo interno oltre 50 persone che morirono carbonizzate. I Pravy Sektor impedendo ai vigili del fuoco di intervenire costrinsero i superstiti ad uscire. Questi vennero passati per le armi nelle vie adiacenti. Ma questa strage, come quella di Maidan hanno sicuramente aperto gli occhi a tanti ucraini che si sono accorti della deriva nazionalsocialista per non dire nazifascista della loro Nazione. In questo substrato sono nate le Repubbliche del Donbass.



Se la Siria sembrava non lontana dall'Europa, questa situazione incandescente è veramente esplosa nel cuore della nostra Europa. Non la possiamo più ignorare, anche se in ballo c'è il gas russo, con il quale ancora non solo ci riscaldiamo ma con il quale, soprattutto, produciamo in Italia come in Francia e Germania energia elettrica.



Ma avere rapporti difficili col gigante russo non porta bene nemmeno alla nostra agricoltura. L'urea agricola, necessaria per far crescere tutto, dagli ortaggi ai cereali, proviene in gran parte dalla Russia, che è uno dei maggiori produttori al mondo, seconda solo alla Cina di tutti i concimi azotati. Putin ha ordinato la riduzione dell'export verso l'Europa del 40%. Dalla sfera russa noi importiamo anche mais, necessario all'allevamento del bestiame e girasole, sotto forma di olio. Una bella grana, già i prezzi di tutte queste materie prime sono schizzati in alto come ha fatto il prezzo del barile di petrolio, soprattutto il Brent, da sempre sensibile alla instabilità politica, proprio come hanno fatto le borse di tutto il mondo. Intanto il Consiglio europeo non si è minimamente accordato nemmeno sulla reazione comune da avere, men che meno sulla qualità ed entità delle eventuali sanzioni da applicare.



Questa situazione così delicata, dove basterebbe una scintilla per mandare a fuoco l'intera regione, è alle porte di casa nostra, già sta pesando sulle nostre vite con il caro bollette ed il conseguente rincaro di tutte le merci comprese quelle di prima necessità.



Ma se siamo arrivati sin qui e se Putin ha definito, senza mezzi termini, "l'Ucraina un paese corrotto" e "pilotato dall’estero" ed ancora "nelle mani di bande neofasciste" lo dobbiamo al lassismo europeo, alla nostra incapacità e scarsa credibilità internazionale. Siamo una unione immatura, ancora preda di particolarismi e piena di politici solo attenti alla propria visibilità ed asserviti al potere statunitense. Come accennato nel suo discorso durato poco meno di un'ora, Putin ha sfidato l'Ucraina e la sua storia passata e recente. "L’Ucraina è una creatura di Lenin. Loro adesso abbattono le statue di Lenin. La chiamano decomunistizzazione. Volete la decomunistizzazione? Ora la faccio io. Ma non mi fermo a metà. Faccio quella vera". Parole buone per far tremare le vene ed i polsi.



Se da una parte, quella russa, c'è decisionismo, dalle parti dell'Europa regna il caos. Il francese Macron si mette in fila per parlare con Putin come il cancelliere tedesco Scholz senza alcun risultato, eppure del riconoscimento delle Repubbliche si parla da giorni, anche la livello istituzionale infatti la Duma ha votato, approvando l'indipendenza, il 14 febbraio, poi Putin l’ha discussa con il Consiglio di sicurezza. Nel frattempo l'Europa sonnecchiante non se ne deve essere accorta, intenta solo a stabilire la correttezza o meno delle spiate sulla data della presunta invasione da parte dei servizi di intelligence americani.

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Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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