• Lino Rialti

Quando i giudici perdono la faccia





Triste il Paese che non può andare fiero dei suoi giudici. Un Paese che non può dormire sonni tranquilli. Questo Paese è un luogo incerto, dove la Giustizia, che dovrebbe essere uguale per tutti, non lo è sempre. Certo, se si è ben in arnese, se ce lo si può permettere, con un bravo pool di avvocati, le cose sono diverse. Anche se colpevoli, cavillo dopo cavillo, normalmente la si sfanga, al massimo, come il recente caso Carminati, si passa qualche anno dentro, ma poi decorrono i termini e si esce, libero di far perdere le tracce (speriamo non fada a finire così).


Il sistema giudiziario italiano, dalle fiere origini millenarie, sarebbe una macchina perfetta, anzi un carrarmato inarrestabile. Il problema sono state le spallate date, dalla politica, soprattutto dopo il periodo d'oro di "Mani Pulite". Di riforma in riforma si è arrivati al colabrodo della procedura penale attuale. Sono ancora in corso attacchi indebolenti, ora stanno toccando le intercettazioni, una formidabile arma per combattere ogni male, una panacea che vuole essere fiaccata. Ci sono poi giudici che nonostante tutto cercano disperatamente di fare il loro lavoro, si inventano soluzioni e stratagemmi nuovi, come quello del trojan, un virus che, spedito nel telefono dell'intercettato lo apre da remoto, in Italia siamo stati tra i primi al mondo ad utilizzare questo sistema che ha retto alle bordate della difesa, in un processo a Perugia, quello sullo scandalo della sanità.


Garantisti lo siamo per principio e dal principio, certo difendere solo una parte a scapito dell'altra però non è giusto, non è Giustizia questa. Se si privilegia il reo e penalizza la vittima vuol dire che siamo a bordo di una macchina che sta andando fuori strada.


In questo panorama, i giudici, tutti, sono divisi in fazioni definite correnti, acque sempre agitate per la litigiosità, l'auto-referenzialità, si auto-governano, si auto-giudicano. Fin qui tutto rientra nella norma e, in un mondo perfetto, o quasi, il sistema reggerebbe, infondo sono "optimus inter homines" anzi "optimus inter pares", sono giudici. In questo ambiente, comunque, esistono molte eccezioni, molti di loro hanno perduto la vita per la Giustizia, molti di loro cercano con le unghie e con i denti di essere all'altezza del loro compito, del loro servizio. Poi ce ne sono altri che tramano, tessono, tagliano e cuciono relazioni e rapporti come esperti sarti d'altri tempi per scopi personali, per raggiungere poltrone onorifiche in barba alla Giustizia. Magari non essendone nemmeno all'altezza del compito tanto agognato.


E qui Sergio Mattarella, il nostro Presidente della Repubblica che è anche loro capo, è partito ieri con una filippica dura ma accorata: "Nel nostro Paese - come in ogni altro - c'è costantemente bisogno di garantire il rispetto della legalità. Anche per questo la Magistratura deve necessariamente impegnarsi a recuperare la credibilità e la fiducia dei cittadini, così gravemente messe in dubbio da recenti fatti di cronaca". Queste parole di fuoco, se si considera chi le ha pronunciate, sono state dette nel corso di una cerimonia per gli anniversari dell'uccisione di Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Giudo Galli, Mario Amato, Gaetano Costa e Rosario Livatino, magistrati uccisi dalla mafia o dal terrorismo.


Mattarella ha proseguito così: "La documentazione raccolta dalla Procura della Repubblica di Perugia - la cui rilevanza va valutata nelle sedi proprie previste dalla legge - sembra presentare l'immagine di una Magistratura china su stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all'attribuzione di incarichi". Sergio Mattarella ha affondato il colpo quando ha tuonato: "Quel che è apparso ulteriormente fornisce la percezione della vastità del fenomeno allora denunziato; e fa intravedere un'ampia diffusione della grave distorsione sviluppatasi intorno ai criteri e alle decisioni di vari adempimenti nel governo autonomo della Magistratura".


"Sono certo", ha aggiunto, che le gravi distorsioni emerse all'interno del Csm "non appartengono alla Magistratura nel suo insieme, che rappresenta un Ordine impegnato nella quotidiana elaborazione della risposta di giustizia rispetto a una domanda che diventa sempre più pressante e complessa. Desidero sottolineare, anche in questa circostanza, che a portare allo scoperto le vicende, che provocano così grave sconcerto nella pubblica opinione, è stata un'azione della Magistratura, che ha svolto la propria funzione senza esitazioni o remore di alcun tipo. La stragrande maggioranza dei magistrati è estranea alla "modestia etica" - di cui è stato scritto nei giorni scorsi - emersa da conversazioni pubblicate su alcuni giornali e oggetto di ampio dibattito nella pubblica opinione. E, anche per questo, non si può ignorare il rischio che alcuni attacchi alla Magistratura nella sua interezza siano, in realtà, strumentalmente diretti a porne in discussione l'irrinunciabile indipendenza".


"Ho ritenuto, e ritengo, di avere il dovere di non pretendere di ampliare" la sfera dei poteri costituzionali del presidente, ha aggiunto Mattarella. "Non esistono motivazioni contingenti che possano giustificare l'alterazione della attribuzione dei compiti operata dalla Costituzione: qualunque arbitrio compiuto in nome di presunte buone ragioni aprirebbe la strada ad altri arbitri, per cattive ragioni".


La fedeltà alla Costituzione "è l'unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato. L'unica fedeltà alla quale attenersi e sentirsi vincolati". Lo ha detto il presidente Sergio Mattarella.


Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nel corso della cerimonia, ha preso la parola, in un certo senso tentando di rassicurare che qualcosa si sta tentando di fare:

"Ogni intervento riformatore che stiamo per portare avanti, dalla riduzione dei tempi del processo alla revisione dell'ordinamento giudiziario, deve mirare a consegnare al cittadino una giustizia, non soltanto più efficiente e celere, ma anche e soprattutto più credibile attraverso il recupero della fiducia nella magistratura".


Il vicepresidente David Ermini ha poi chiosato: "Nessuno può chiedere a un magistrato di essere un eroe", ma nessun giudice può "sfregiare" il loro ricordo, "infangando la credibilità, il prestigio e l'onorabilità della magistratura". "Chi baratta il proprio dovere con mire carrieriste, chi svende gli ideali per il potere personale, chi insudicia il proprio ruolo con pratiche da faccendiere ha solo da vergognarsi e chiedere scusa. Tradisce la funzione, i colleghi, l'istituzione".


Sale sul carro del Presidente Mattarella Matteo Salvini: "Ringraziamo il presidente Mattarella e auspichiamo un reale cambiamento nel Csm e nella magistratura. Nessuna preoccupazione per il mio processo per sequestro di ottobre, sono convinto di aver agito rispettando la legge, come gli stessi magistrati intercettati ammettevano". Ovviamente lo tira per la giacchetta, Salvini ha di che aver paura. E tenta di buttare fango a vanvera, senza nemmeno capire la direzione, ma nel fango lui ci sguazza e, normalmente ne trae beneficio, come fossero fanghi termali ristorano il suo ego e la sua figura nei confronti del suo elettorato. A lui non piacciono i giudici a priori, ossia, li vorrebbe voluti al suo servizio, a mezzo servizio. Tanti i procedimenti che lo vedono direttamente o indirettamente coinvolto sia per il suo operato da ministro con il sequestro delle navi delle Ong che per varie diffamazioni ma anche per i milioni di euro sottratti dalla Lega e spariti nel nulla.


Per quanto riguarda la magistratura italiana, più che una vera riforma, ci sarebbe bisogno di qualche ritocco e poi basterebbe una bella pulizia ai piani alti, anzi partendo dai piani alti arrivando ai sotterranei. Speriamo che tutti i magistrati seri, onesti e laboriosi, assetati di giustizia si mettano in cammino e riescano a pulire da dentro questa mela che, come spesso avviene, inizia a marcire dal cuore. Un intervento radicale è necessario prima che sia troppo tardi, prima che il marciume intacchi tutta la polpa.

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Chi sono

Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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