• Lino Rialti

Razzismo e Covid: tutto il mondo è paese




Nei momenti difficili, soprattutto se protratti nel tempo, come nel corso di questa snervante pandemia, siamo portati a divenire più egoisti.



Tendiamo a chiuderci a riccio. Involviamo ed escludiamo, insomma riportiamo in vigore la locuzione tardo-latina mors tua vita mea. Se per Matteo Salvini e Giorgia Meloni il pericolo viene dal sud del mondo, dai barconi di disperati che porterebbero con loro la pandemia, il presidente degli Stati Uniti, agli sgoccioli del suo mandato, ha tentato di coprire tutti i suoi insuccessi del quadriennio, buttando fango su di una nazione, anzi su di un intero popolo, quello cinese. Secondo Trump, loro, i cinesi, avrebbero creato il virus in laboratorio, cosa oramai considerata molto probabile, ma loro da soli e se lo sarebbero fatto sfuggire senza saper come fermarne la propagazione. Infatti Trump chiama questo virus il "Virus Cinese", contagiando quella pancia dell'America che lo sta a sentire da sempre. L'ultima colpa dei cinesi, sarebbe poi quella di aver messo la testa sotto la sabbia ed aver così perduto tempo prezioso per fermare il Covid-19 senza avvisare il resto del pianeta della catastrofe imminente. Ma c'è una grande incongruenza: Trump dimentica che il progetto di ricerca genetica, che sarebbe alla base della presente pandemia, era stato un partenariato universitario sino-americano.



Ed allora, soprattutto negli Usa, ma anche in molte altre parti del nostro pianeta, le comunità cinesi, ma, per una assurda similitudine nel taglio degli occhi, anche la totalità di popolazioni asiatiche, hanno vissuto discriminazioni che sono, a volte, sfociate in vere e proprie violenze. Gli untori del nuovo Coronavirus hanno gli occhi a mandorla, insomma. Intanto Donald Trump, giusto per essere ricordato per quello che è, sta facendo giustiziare più condannati a morte possibile: quattro in questa ultima settimana saranno, infatti, gli uomini che perderanno la vita per la sua fregola giustizialista, tra questi il più giovane condannato a morte degli ultimi 70 anni.



E invece cosa è successo e ancora succede in Cina? Se ne sa veramente poco. Sappiamo che il governo centrale cinese, ha controbattuto alle accuse di Trump, affermando che la responsabilità della diffusione della pandemia sarebbe invece ascrivibile agli americani e, segnatamente, al suo esercito. Insomma un classico gioco di scaricabarile.



Comunque, gli abitanti della Repubblica Popolare Cinese, a seguito di questa pandemia, non si sono dimostrati migliori degli altri, infatti da vittime sono, in patria, divenuti per così dire, carnefici. Sono stati tanti gli episodi di razzismo tra i propri concittadini e nei confronti degli stranieri presenti sul territorio nazionale.



Per esempio sono stati molteplici i casi di discriminazione nei confronti dei cittadini cinesi di Wuhan. Questi sono stati additati, rifiutati e isolati. L'accusa? Aver preso la faccenda troppo alla leggera e magari essersi sottratti ai controlli medici.



Ma, dopo la loro prima ondata di febbraio-marzo ed il conseguente calo dei casi, con il successivo lieve riaffacciarsi del virus, stavolta ascrivibile ad immissione esterna, ossia a casi importati da fuori del territorio nazionale, gli episodi di discriminazione interna sono spariti e sono stati sostituiti da attacchi xenofobi e comunque rivolti a persone non residenti stabilmente in patria. Qui sopra due foto comparative apparse in una mostra fotografica dal titolo "This Is Africa" al museo provinciale dell' Hubei nella città tristemente famosa di Wuhan.



Infatti, le tante comunità straniere, residenti in Cina, sono state direttamente oggetto di attenzioni xenofobe anche violente. Alcuni siti e blog, già dal marzo scorso, hanno appellato gli stranieri con l'epiteto "Yang lese" ossia "immondizia straniera". I tanti autori di articoli e post hanno tacciato indistintamente tutti i non cinesi di essere "boriosi" e di sfruttare il sistema di welfare governativo venendo "avvantaggiati dal Governo" soprattutto mettendo in risalto le pecche dei sistemi sanitari nelle varie nazioni più colpite, per primi gli Stati Uniti, gioco facile.



Nonostante la ferma presa di posizione ufficiale del governo centrale cinese, che, se da una parte, ha stigmatizzato questi episodi ed ha continuamente censurato e rimosso i post incriminati, dall'altra lo stesso governo ha, in qualche modo, utilizzato quel sentimento popolare, cavalcandolo, almeno in parte, soprattutto in quei momenti in cui serviva un diversivo, una distrazione dai giganteschi problemi di gestione di una pandemia diffusa in un popolo così numeroso e che vive megalopoli verticali.



E così, per esempio l'Unione Africana ha espresso, in più occasioni, un formale e fermo disappunto, richiedendo misure immediate contro le discriminazioni ai danni di cittadini africani impegnati in Cina. Ma contro questo sentimento strisciante si è espresso anche il Consolato degli Stati Uniti a Guangzhou che ha addirittura messo in guardia i cittadini afroamericani sui potenziali pericoli di questa situazione e li ha invitati ad evitare l’area metropolitana della città. Il console si è anche spinto oltre, definendo il sistema legale cinese come un sistema opaco, in cui l’interpretazione delle leggi può essere arbitraria. L'amministrazione Trump ci ha messo lo zampino ed ha innescato una guerra di ordinanze incrociate tra Cina ed Usa che ha portato rispettivamente alla chiusura di vari consolati cinesi negli Usa e di rappresentanze americane in Cina.



Tutti i grandi popoli sono soggetti alla megalomania: noi, per esempio, ne soffriamo da più di duemila anni, ci sentiamo superiori, abbiamo costruito un impero, quello romano ed abbiamo anche di recente, tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900, a più riprese, provato a riprodurre quanto realizzato nel periodo imperiale romano con le varie colonizzazioni in terra d'Africa.



I cinesi non sono da meno, anzi, loro sono vittime, per così dire, del sino-centrismo, ossia la visione sino-centrica del mondo, anche grazie alla loro gloriosa storia imperiale, il celeste impero, ma soprattutto alla loro stazza attuale, alla organizzazione meticolosa ad opera dello Stato centrale ed alla loro economia esplosiva. In soccorso di questa affermazione basta riflettere sul significato profondo di poche parole cinesi attualmente in voga: la distinzione "Huaxia", la cultura cinese, e tutto il resto ossia gli "Yi", ovvero i barbari, gli stranieri, come afferma il sinologo Angelo Andrea Coldani in un suo recente lavoro.



Come si vede, questo concetto di differenziazione etnica viene da lontano. Infatti, in era pre-comunista, ossia in quella imperiale ed indietro fino ad almeno un paio di migliaia di anni, i confini geografici imperiali erano netti. Il noi ed il loro erano di facile individuazione. Dentro le mura dell'impero c'erano i cittadini, la loro cultura, l'arte, la scienza e tutta la conoscenza, il commercio principale era interno, fuori insistevano gli Stati vassalli. Questi Stati, tra i quali c'erano il gruppo di regni tributari dell’Estremo Oriente e dell’Asia Sud-Orientale con la Corea, il Giappone, la Thailandia ed il Vietnam, questi immensi territori venivano considerati marginali, venivano governati da dinastie investite dall'imperatore al quale erano dovuti costanti omaggi e che venivano ricambiati con donazioni.



In questi territori estremi venivano concesse licenze commerciali che venivano retribuite in argento, anzi questo metallo prezioso veniva utilizzato proprio anche per le transazioni. Il valore dell'argento, divenuto vero oro nero dell'epoca, veniva stabilito dalla corte imperiale cinese e costantemente vedeva aggiornare il suo valore di scambio.



Insomma all'imperatore era riservato il governo dell'impero ma anche del commercio di una ancor più vasta area d'influenza, per quei tempi di una estensione difficilmente immaginabile. Da qui il principio del controllo "Tianxia" ossia di "tutto ciò che risiede sotto il cielo". Oltre il controllo diretto ed indiretto, quello commerciale, appena citato, l'imperatore era consapevole della presenza di ulteriori territori non dominati, non controllati e quindi non censiti in maniera completa: erano i territori barbari.



Per spezzare una lancia a favore degli imperatori cinesi e della loro cultura, proprio come succedeva ai tempi imperiali romani, e come riferito dallo scrittore cinese Wang Tao, in un brano dei classici confuciani, gli "Annali delle Primavere e degli Autunni", gli "Yi" sono definiti solo coloro che seguono le maniere dei barbari, mentre coloro che seguivano il "Li", ossia l'etica e riti cinesi, venivano parificati agli "Hua", iveri cinesi.



Come nella cultura etrusca, a noi più nota, la distinzione non è dunque territoriale o strettamente somatica, si basa, invece, sulla condivisione di principi e di valori riconosciuti quali propri, fondanti della unica cultura riconosciuta quale valida, quella cinese.



Solo con la fine della Dinastia Qing, l’ultima imperiale, iniziò un periodo di potenziale riscossa che avrebbe portato ad una transizione. Attorno agli anni venti del 1900 la differenziazione culturale vira verso quella raziale grazie al naufragio degli ideali a base delle radici gettate dalla Riforma dei Cento Giorni del 1898 annullata da un colpo di stato imperiale che riportò la Cina indietro nel tempo rivoltando la clessidra.



Nel 1921 nasce in Cina il Partito Comunista ma solo nel 1946, al termine della seconda guerra civile cinese, il potere venne preso dai rivoluzionari. Questi nuovi governanti coniarono il termine "Minzu", da due ideogrammi "Min" ossia "popolo" e "Zu" "discendenza". Ogni discorso sulla razza venne formalmente bandito. La rivoluzione maoista convertì i problemi di "razza" in problemi di "classe". Tutto bene fino alla riapertura dei confini cinesi in era post maoista. Ora la visione paternalistica cinese vede i popoli come quelli africani essere riconosciuti quali beneficiari del benessere e della modernità apportata da questi nuovi colonizzatori che da un trentennio stanno invadendo commercialmente e devastando i territori nonché depredando le risorse di interi continenti come quello africano. Da qui il passo è breve, l'uomo di colore viene descritto come sfruttatore ed additato, marginalizzato ma anche fatto oggetto di veri episodi razzistici anche violenti.



Il cinese medio, purtroppo grazie ad un cocktail di ignoranza e notizie artatamente diffuse, soprattutto in rete, è convinto della sua superiorità raziale, gonfiata dalla enfatizzazione della storia appena citata. In questo periodo di disorientamento e paura questi sentimenti sono enfatizzati e vengono allo scoperto con estrema facilità. Speriamo che prestissimo la campagna vaccinale contro l'influenza da Covid-19 porti una normalizzazione dei rapporti personali tra le cosiddette etnie e che molte risorse possano essere finalmente investite nella cultura vero ed unico antidoto al razzismo.






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