• Lino Rialti

Regeni: omicidio di Stato. La responsabilità è egiziana


"La responsabilità per la morte di Regeni è degli apparati di sicurezza egiziani", a questa conclusione è giunta la relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte del ricercatore italiano. Una verità che abbiamo sempre saputo ma che, se ce ne fosse stato bisogno, fuga ogni possibile, quanto improbabile, dubbio sulle responsabilità della morte di Giulio Regeni. Insomma la verità chiesta da anni, anche dai drappi che penzolano da moltissimi edifici pubblici e che hanno accomunato il giallo a Giulio, quella verità si rafforza.

La relazione pubblicata ieri recita poi: "La responsabilità del sequestro, della tortura e dell'uccisione di Giulio Regeni grava direttamente sugli apparati di sicurezza della Repubblica araba d'Egitto, e in particolare su ufficiali della National Security Agency (NSA), come minuziosamente ricostruito dalle indagini condotte dalla Procura della Repubblica di Roma", ma il passo più scottante è quello dove si legge che: "I responsabili dell'assassinio di Giulio Regeni sono al Cairo, all'interno degli apparati di sicurezza e probabilmente anche all'interno delle istituzioni".

C'è poi, nel documento, una amara constatazione circa scarsa o nulla collaborazione del Governo e di tutte le istituzioni egiziane: "La via della verità e della giustizia può trovare un correlativo oggettivo solo in presenza di un'autentica collaborazione da parte egiziana. Se nei primi due anni, alcuni risultati sono stati faticosamente e parzialmente raggiunti, anche in virtù dell'intransigenza mantenuta dall'Italia, negli anni successivi non sono venute dal Cairo altro che parole a livello politico, mentre la magistratura si è chiusa a riccio in un arroccamento non solo ostruzionistico, ma apertamente ostile e lesivo sia del lavoro svolto dagli inquirenti italiani che dell'immagine del giovane ricercatore, verso cui lo stesso presidente Al-Sisi aveva usato un tono ben diverso".

Le conclusioni della relazione non lasciano, insomma, dubbi: "La mancata comunicazione da parte egiziana del domicilio degli imputati, nonostante gli sforzi diplomatici profusi al fine di conseguirla, non si risolve nella mera fuga dal processo ma sembra costituire una vera e propria ammissione di colpevolezza da parte di un regime che sembra aver considerato la cooperazione giudiziaria alla stregua di uno strumento dilatorio".

Insomma una relazione pesantissima, votata all’unanimità dopo due anni di lavoro che rafforza la difficilissima attività di indagine della Procura di Roma che è arrivata alla incriminazione di quattro persone che non si è riusciti a processare ancora poiché non si è riusciti raggiungere con la notifica delle convocazioni legali per l'estremo ostruzionismo del Governo e della magistratura egiziani che non hanno permesso di conoscere il domicilio legale dei quattro indagati nonché appartenenti ai servizi di intelligence egiziana. Al momento, infatti, il procedimento penale è stato sospeso per la mancata elezione del domicilio degli imputati e la prossima udienza davanti al Gup di Roma il 10 gennaio prossimo.

Ma se da sei lunghissimi anni, non si trova il bandolo della matassa, non possiamo non avere colpe politiche. Non siamo stati abbastanza efficienti nel fare lobbying, nel trovare l'alleanza di tutta l'Europa per poter costringere con, a esempio delle sanzioni, l'Egitto a dirci da subito tutta la verità. Invece abbiamo continuato a far affari ed ancora lo facciamo, checché se ne dica, anche per paura di essere sorpassati a destra dagli altri Stati europei che hanno sempre commerciato con l'Egitto.

Tanto per intenderci, lo stesso ministro Di Maio si è affrettato a ribadire la nostra piena volontà a mantenere in essere i contratti per la vendita di due fregate Fremm e di armi leggere destinate alla Polizia egiziana il braccio governativo che da sempre Al-Sisi usa per annientare opposizione e dissenso.

Ma Di Maio sembra un pivello nei confronti di Matteo Renzi che pare nutrire una vera e propria passione per i despoti. Infatti Renzi non solo si è messo a servizio del regime saudita ma, l’attuale senatore di Italia Viva, è stato il primo leader occidentale ad aver sdoganato, nel 2014, il generale golpista egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

Una passione, quella del senatore Renzi, condivisa anche con Gentiloni e Calenda. Un legame che ha finito per intossicare pure la vicenda Regeni per non parlare di quella di Patrick Zaki, la cui detenzione in Egitto è iniziata il 7 febbraio 2020 con l'arresto eseguito all'aeroporto del Cairo dalle autorità egiziane e, nonostante una certa pressione internazionale, non si è ancora conclusa, trattandosi di carcerazione preventiva viene prorogata di mese in mese mantenendo in condizioni inumane uno studente la cui unica colpa sarebbe quella di non essere asservito al potere dittatoriale.



Insomma, gli interessi della nostra industria pesante e del commercio sembrano prevaricare tristemente ogni senso di Giustizia...




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Chi sono

Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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