• Lino Rialti

Terrore jihadista, c'è chi soffia sul fuoco





Sembra riaperta la macelleria della scimitarra. La scusa, la ripubblicazione, qualche giorno fa, delle discutibili vignette satiriche dissacrati della rivista francese Charlie Hebdo. E così quello che viene passato per scontro di civiltà è esploso.



Certo non si può dire che a guidare la mano su coltelli e fucili sia il Califfo di Turchia Erdogan, non si può imputare a lui direttamente la mattanza di ieri sera in Austria come non si può affermare che abbia ispirato l’attacco con i tre morti a Notre Dame ed a Nizza. Certo è che le sue ultime uscite al sapore ed odore di Napalm e Molotov contro la Francia e contro Macron non sono state sicuramente distensive. Hanno invece generato quanto voluto: il surriscaldamento sino all'ebollizione del pentolone islamico con la fuoriuscita della frazione più liquida, quella estremista che poi ha imbracciato i fucili o ha impugnato i coltellacci.



Solo un paio di giorni fa, benedette dalle alte sfere musulmane e dallo stesso Erdogan, che sui media si erano tutti spinti a condannare l'attacco di Notre Dame, si erano tenute manifestazioni di piazza con tanto di incendio di fantocci e bandiere francesi. Il problema è che questa situazione, come un fuoco di un bosco in pieno agosto, è facile da appiccare ma difficilissimo da contenere e quasi impossibile da spegnere. Nessuno sa dove queste scellerate parole e questi atti irresponsabili del Califfo di Turchia porteranno.



Ma perché il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è imbarcato volontariamente in questo, che si può solo definire, un bel guaio? E soprattutto perché proprio adesso? La pandemia in corso sta creando già abbastanza problemi, il terremoto di tre giorni fa ad Izmir, che noi chiamiamo Smirne, sicuramente ha aggiunto devastazione sopra una situazione socio-sanitaria a dir poco incerta, iniqua e traballante. Ora che, in teoria, avrebbe bisogno d'aiuto Erdogan semina zizzania e soprattutto rischia gravi sanzioni da un'Europa impoverita, fiaccata ed incerta ma almeno quasi unita sulla Turchia.



E allora a che gioco sta giocando il nostro Califfo? Gioca al rialzo, come un giocatore di poker che ha nel suo mazzetto solo una coppia di picche. Insomma artatamente vuole generare più caos possibile. D'altronde Recep Tayyip Erdogan è impegnato in tre conflitti che stanno mandando in fallimento la Turchia. Infatti sono, ad oggi, tre i fronti di guerra turchi, Siria, Libia, Nagorno Karabakh. Non si dimentichi, poi, il sempiterno dissidio con la Grecia sulla competenza territoriale dell'isola di Cipro, anche quello, un fronte aperto anche se silente ma costoso. Fregate, esercitazioni e navi da ricerca vendono spedite quotidianamente in quelle acque per ribadire la volontà di piantare la bandiera con la mezzaluna in quei lidi. Se non fosse altro, zona strategica ma piena di gas naturale che fa gola a molti.



E così appare di colpo la realtà. Che sia economico il problema principale della Turchia?

Da stime prudenti sono usciti numeri da far impallidire qualche superpotenza. Stiamo parlando di 330 miliardi di dollari di debito che le imprese turche hanno soprattutto con banche europee. Ma l'economia turca non è uguale a quella occidentale, lo zampino dello stato c'è sempre. L'Europa ha approfondito il debito turco, infatti nel corso degli ultimi 18 anni ha riconosciuto oltre 15 miliardi alla Turchia tra incentivi sussidi ed aiuti per bloccare l'immigrazione e soccorrere i profughi. Per assurdo, questo fiume di denaro ha ingenerato in Erdogan ed il suo entourage l'illusione che l'Europa sia una vacca da mungere a volontà.




Ma chi sono i creditori delle imprese turche e della Turchia? Sono le più grandi banche europee che si sono esposte ed ora temono il default turco e la perdita di un patrimonio fenomenale. Di questo Erdogan è consapevole e cosi' ci gioca e rilancia in questa partita da pazzi. Erdogan fino a poco tempo fa era abbastanza fiducioso che gli odiati crociati europei avrebbero ripianato le sue finanze, pena il rilascio di ondate di disperati dai campi profughi. Ha tentato in varie occasioni questa strategia ma il risultato è stato scarso. Così ora che il fallimento è alle porte sta giocandosi il tutto per tutto e che muoia Sansone con tutti i Filistei. E la butta sulla religione sul contrapporsi dei due credo, due mondi e due modi di approcciare la realtà, e così ne enfatizza le differenze additando il nemico ed indicando nell'Europa dei lumi la responsabile del suo disastro.



Addirittura si è spinto a chiedere, per il Jihad, questo duello, la guerra santa, la mobilitazione del mondo musulmano. Ha chiesto aiuto al solito Qatar, ma la questua sta continuando con pochi risultati anche altrove. La Turchia non dovrebbe costituire, a livello teorico, un problema militare, è membro della Nato, ma ultimamente gioca a strizzare l'occhiolino anche alla Russia di Putin che rappresenta un amico-nemico dagli anni '80. Insomma qui si denota l'inaffidabilità turca, l'affarismo caotico da suk nelle kasbah, del famigerato modo di fare dei venditori di tappeti.



Ma, anche se caotico e primordiale, il modo di fare turco non è innocuo, anzi è pericoloso e non va sottostimato. Alla turca, per così dire, si era comportato anche Saddam Hussein che invase il Kuwait quando decise di non pagare più i debiti accumulati nella guerra all’Iran con le monarchie del Golfo e le banche occidentali.




Ma chi ha generato questi mostri? In primis la smania imperialista americana. Infatti sono stati proprio gli Usa ad alimentare gli estremisti islamici, a farli, per così dire, sbocciare e trasformare da piccole realtà rurali e locali in grandi e ricche organizzazioni. Il pensiero corre al 1979, anno della rivoluzione di Khomeini in Iran che, dopo essersi disfatto dello Shah, il guardiano nel Golfo per l'occidente e soprattutto per l'America, viene fronteggiato da Saddam Hussein a capo di un Iraq inondato dai petrodollari Usa da usare per far guerra a Komeini. Otto anni di guerra ed un milione di morti. Ed una destabilizzazione di quel quadrante da far paura.



Ma le ingerenze proseguono con le conseguenze: Saddam nel 1990 invade il Kuwait, certe armi rudimentali possono esplodere nella mano che le afferra. La commistione tra occidente e monarchie sunnite del Golfo aveva dato i suoi frutti avvelenati. Ma gli interessi americani ma anche europei su quei fronti sono immani, l'Italia fa la sua parte con le sue 334 aziende di produzione di armi da guerra. Ergo? La guerra è bella finché è lontana. L'ultima genialata di Trump, la cosiddetta Pace di Abramo, la pace tra Israele e se stesso, lascia inalterate tutte le ingiustizie del Medio Oriente, occupazione della Palestina compresa. Siamo bravi, come tutti a innescare conflitti, siamo molto meno motivati a spegnere i fuochi, dopo averli accesi, anche quando come ora con la Turchia rischiamo che le fiammate possano bruciarci.



Ma sono tante altre le occasioni in cui abbiamo sbagliato politica estera, noi europei, mai per leggerezza o in buona fede,magari per calcolo, sicuramente errato, ma di calcolo si è sempre trattato e così abbiamo sempre avallato i misfatti americani. Comunque anche i russi non sono vergini, anzi di disastri socio-politici sono dei maestri, per esempio, nel Dicembre 1979 l’Urss invase l’Afghanistan ma gli Usa, che non possono stare fermi, con il Pakistan e i soldi sauditi, colsero l’occasione per fare la guerra a Mosca usando i mujaheddin che poi si trasformarono nei talebani e nei jihadisti contro cui si è combattuta la guerra all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001. Con quei talebani gli americani oggi vogliono fare la pace di Doha mentre in Afghanistan i civili continuano a morire.



Insomma di storture ne abbiamo viste e ne continuiamo a vedere costantemente. Questo scontro di civiltà, sia come Erdogan ma anche come i governanti europei vogliono vendercelo, tale non è. Viviamo in un mondo globalizzato, aperto a spostamenti ed influenze. Dovremmo sicuramente smettere di interferire nei naturali processi sociali dei paesi arabi, solo così fermeremo la mano dei tagliagole. In casa nostra, poi, una integrazione urge, a partire dall'istruzione. E' poi necessario un mea culpa generalizzato di tutti noi occidentali ed un conseguente cambio di rotta nei confronti del mondo islamico, soprattutto di quello moderato, che è quello maggioritario. Dovrebbe iniziare sicuramente la Francia che con le sue leggi sul separatismo religioso ha creato, a detta della Intelligence francese, 26 mila persone considerate una minaccia di cui 10 mila radicalizzati, ovvero pericolosi. Questi sono, per la stragrande maggioranza cittadini francesi, figli o nipoti di immigrati provenienti dalle colonie di mezzo mondo, dove la libertà, la fraternità e l'uguaglianza erano amministrate al contrario. Persone fuggite dalla miseria e atterrate nella landa deserta delle banlieue dove a disperazione si è aggiunta la rabbia. Come vedete qui sotto, roba da far impallidire Le Vele di Scampia. E qui quella rabbia che ha armato la mano dei terroristi di questi giorni. Sta a noi fare il primo passo, visto che se aspettiamo Erdogan potremmo restare in attesa per sempre.



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