• Lino Rialti

Tra il sì e il no, da destra arriva una spallata



Meno di ventiquattro ore all'election day. Se al risultato del referendum, oramai nessuno vuol dare più un significato politico, così non è per le regionali. Soprattutto per quelle in Toscana.


Infatti, visto l'ordine sparso, da destra e sinistra, con il quale si affronta il referendum costituzionale di riduzione di senatori e deputati, in ogni schieramento ci sono posizioni opposte, allora tutta l'attenzione viene pilotata sulle amministrative. E così, per poter tentare la spallata al Governo le opposizioni si riuniscono in un afflato fotografico.



Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani chiudono la campagna elettorale in Toscana, una delle Regioni simbolo della voglia di riscossa delle destre italiane. Le altre due sono Puglia e Marche, tutte da strappare al centro-sinistra.


Anche l'ex-Cavaliere, Silvio Berlusconi, convalescente, non si è risparmiato ed ha alzato la cornetta per far sentire la sua voce in supporto alla pattuglia di buttafuori.


La Toscana è assurta a simbolo della riscossa in salsa nero-verde, dopo che gli ultimi sondaggi hanno dato una chance seria alla candidata leghista Susanna Ceccardi che potrebbe sconfiggere il dem Eugenio Giani. La Ceccardi straccerebbe ogni record e diverrebbe la prima presidente "non di sinistra" della giovane storia regionale toscana.


Questo sbilanciamento, con la, eventuale, conquista della Toscana, darebbe la stura ad un pressing ancora sicuramente mai visto, per tentare di far cadere il Governo, sbriciolando, sciogliendo e squagliando la solidità del collante che tiene unite le varie anime dei dem.



Dalla competizione e dalla rissa finale e soprattutto dalla eventuale guerra di nervi successiva al voto, resta fuori il M5s. Il Movimento Cinque Stelle, infatti, con la sua candidata, Irene Galletti è proprio fuori dai giochi e loro comunque sono impegnati a far vincere il sì al referendum. Questo, invece è il loro punto debole, il vulnus, che le opposizioni, Salvini e meloni in testa, intendono utilizzare, in caso di sconfitta al voto, per slabbrare la loro tenue unità, solo di facciata e tentare di mandarli a casa.


Come si vede, a pochi importa, veramente l'esito referendario, visto solo in funzione di rafforzamento della propria organizzazione o di grimaldello per sostituirsi sugli scranni e tornare al Governo.


Salvini così dal palco provoca:"Per 50 anni qui la partita nemmeno si giocava - ha detto - ora invece sono nervosetti, insultano, ma se insulti vuol dire che hai capito che devi preparare le valigie e che vai a casa". Poi, sul palco fiorentino, grande sfoggio di ottimismo: "Si può fa', il centrodestra unito e compatto può farcela", ha esordito Giorgia Meloni. E siccome "Conte non rassegnerebbe le dimissioni - ha aggiunto - il presidente della Repubblica una riflessione dovrebbe farsela". Il Cavaliere ha guardato oltre la Toscana: "Questa nostra coalizione vincerà in tutta Italia e lunedì festeggeremo nelle Marche, in Campania, in Veneto, ovunque".


Non si è fatta, ovviamente, attendere la replica di Nicola Zingaretti, leader dem, che ha risposto: "Combattiamo casa per casa per difendere il buongoverno e fermare la destra". Un brivido corre lungo la schiena, queste parole ricordano certi appelli al voto fatti, in momenti topici, dal compianto leader del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer.



Siccome non c'è solo la Toscana al voto, ma anche la Puglia, con il presidente di centrosinistra Michele Emiliano insidiato da Raffaele Fitto, di Fratelli d'Italia e le Marche che Maurizio Mangialardi prova a tenere a sinistra nonostante il centrodestra riponga buone speranze in Francesco Acquaroli, Zingaretti è stato impegnato in un tour de force per tentare di stare in più piazze possibile e non far mancare di sentire il suo appoggio e di quello del Partito.



Meno problematiche le altre situazioni: Vincenzo De Luca, grazie alle sue boutade continue regge in Campania per il centrosinistra mentre si attende la riconferma del Leghista Luca Zaia in Veneto e di Giovanni Toti in Liguria.



Zingaretti sente scricchiolare la sua leadership insidiata dal papabile Bonaccini e, quasi immedesimandosi in un suo collega, Bersani, plasma una delle frasi che potrebbe essere stata detta proprio a Pier Luigi Bersani: "Fino a che ci sono cose da fare - ha detto Zingaretti, bersanianamente - si va avanti, se il governo si ferma la bici cade".



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