• Lino Rialti

Trump, parola d'ordine: "divide et impera"


Quando si sa che c'è poco da perdere e tanto da guadagnare, si da il tutto per tutto. Trump è in picchiata nei sondaggi di popolarità e rincara la dose d'odio: gli ha portato bene in passato, così tanto bene che siede alla Casa Bianca, spera che funzioni ancora una volta e che così venga rieletto.



Nonostante gli fosse stato chiesto da più parti di desistere, di non andare, il Presidente americano Donald Trump, non solo si è recato a Kenosha, nel Wisconsin, uno dei focolai di disordine negli Usa, ma ha anche accusato i manifestanti di "terrorismo interno", sostenendo che la città del Wisconsin è stata devastata da rivolte "anti polizia" e "anti americane" dopo il ferimento dell'afroamericano Jacob Blake. "Questi non sono atti di manifestazioni pacifiche ma davvero di terrorismo interno". La rabbia, montata dopo l'ennesimo episodio di violenza nei confronti di afroamericani da parte di agenti di polizia, sicuramente non è scemata dopo queste dichiarazioni.



Trump deve aver sentito, lui non legge, guarda solo la tv per sua ammissione, che in passato è stata utilizzata una tecnica semplice, dividere la popolazione per poterla governare meglio. La locuzione latina, che lui sicuramente non conosce, è "divide et impera". cioè dividi e comanda. Dai tempi dell'impero romano, gli imperatori usavano svariate tecniche che evitare che la popolazione fosse unita, così da indebolirla e poterla governare facilmente. Funzionava benissimo poi tra popoli contigui che venivano aizzati l'uno contro l'altro. Ma questa tecnica politica è stata utilizzata con successo, nel corso dei secoli ed in lungo ed in largo per il pianeta, fino ad arrivare all'India, quando questa faceva parte dell'impero coloniale britannico. Gli inglesi, presenti con il loro esercito, difficilmente si contrapponevano alle popolazioni indiane. In parte arruolavano nei loro eserciti i locali, in parte, utilizzando corruzione e delazione, alimentavano diatribe tra le varie etnie che poi erano incoraggiate a confrontarsi violentemente. Più si scontravano, più veniva alimentato l'odio, più il clima indeboliva i popoli governati che erano anche disposti a spiate e tradimenti che permisero alla Corona inglese di dominare a lungo il continente sfruttandolo economicamente.



Ma l'uso di questa tecnica ha scatenato effetti nefasti nel recentissimo passato, parliamo del 1994, in Africa, nello stato del Ruanda. Il Belgio, colonizzatore di quello Stato, nel 1926 introdusse un concetto sconosciuto sin lì. Il Ruanda era da sempre abitato da due grandi etnie: gli Hutu ed i Tutsi. Questi due popoli convivevano da sempre pacificamente, i primi erano principalmente agricoltori i secondi allevatori. Si svolgevano spesso matrimoni misti e la donna cambiava etnia tradizionalmente e questo manteneva equilibri e pace dalla notte dei tempi. Bene, dicevamo che i coloni belgi introdussero ad un certo punto una novità: la ricerca e la classificazione di differenze fisiche: i Tutsi erano più alti e slanciati mentre gli Hutu erano più bassi e tarchiati. La classificazione rese impossibile i matrimoni. I belgi poi assegnarono ai Tutsi compiti nelle amministrazioni locali mentre agli Hutu erano riservate mansioni più modeste e di basso profilo. Questa situazione caricò per decenni rancori, rivalità ed odio reciproci che sfociarono nella guerra civile del 1994. Dal 6 aprile al 16 luglio, in 100 giorni, in maniera brutale con machete, mazze chiodate, coltellacci ma anche armi di vario genere più o meno rudimentali, vennero trucidate, sicuramente almeno 500.000 persone, soprattutto di etnia Tutsi, ma le stime parlano di perdite che si aggirano attorno al milione di morti. E tutto questo per favorire interessi economici nella ex-colonia. Questo genocidio è figlio del "divide et impera", attualmente applicato alla sua gente, dal presidente americano Donald Trump.



Contrapporre bianchi a neri, poliziotti a civili, ricchi a poveri, creare amici ed additare continuamente nemici: è proprio questo che può portare a situazioni catastrofiche. Ma Trump non lo considera, per lui devono essere effetti collaterali trascurabili. Davanti alle telecamere Trump ha detto che : "La grande maggioranza dei poliziotti sono onesti servitori pubblici" e che "qualcuno va nel pallone per decisioni difficili, che vanno prese in frazioni di secondi". Circostanze che ha paragonato a quelle dei giocatori di golf che perdono la testa e sbagliano una buca facile. "Noi amiamo le forze dell'ordine, la retorica contro la polizia è pericolosa", ha aggiunto, denunciando che Kenosha "è stata devastata dalle rivolte".



Trump volato a Kenosha, in Wisconsin è come un bifolco che entra in casa dell'impiccato e si mette a parlar di corda: soffia sul fuoco delle tensioni razziali rinfocolate dal ferimento di Jacob Blake. Come sappiamo spera che la sua politica del "law and order" sia premiata dai timori di proteste nelle città americane, ora allargatesi anche a Los Angeles dopo l'uccisione di un altro afroamericano. Si tratta di Dijon Kizzee, 29 anni, fuggito dopo che la polizia aveva tentato di fermarlo mentre andava in bici e freddato in un inseguimento durante il quale aveva preso a pugni in faccia un agente e gettato un pacco di vestiti tra i quali era spuntata una pistola semiautomatica, secondo la versione delle forze dell'ordine. Ogni episodio è una scintilla in più, rinfocola, ravviva la fiamma della protesta ma la legna che sta bruciando la porta e posiziona scientemente ed in modo continuo Donald Trump. Sulla sua coscienza ci sono già troppe vite.


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