• Lino Rialti

Turchia: è crisi vera nel silenzio internazionale



In Turchia la situazione è seria: la lira turca prosegue nella sua corsa al ribasso e come aveva chiuso il 2021 ha aperto questo 2022. Con un tasso d'inflazione, nel mese di Dicembre 2021 al 36%, dato in netta crescita rispetto a Novembre , quando l'indice segnava, solamente, si fa per dire, il 20% e così il sistema turco rischia di saltare. Ma pochi ne parlano. La Turchia è una polveriera pronta ad esplodere ed a rilasciare un'ondata migratoria epocale. Sono infatti oltre 4 milioni i profughi attualmente presenti sul territorio turco (3,6 solo di siriani) ma ulteriori 4 milioni di migranti potrebbero arrivare sul territorio dello Stato e da lì venir riversati dal suo presidente Recep Tayyip Erdogan verso la Grecia e quindi l'Europa.



Migranti a parte, reclusi in campi infuocati d'estate e gelidi d'inverno, attualmente, chi ne paga maggiormente le conseguenze immediate sono i cittadini delle classi più modeste, nelle grandi città, in primis della capitale. Sono alla fame. Infatti il Governo della municipalità di Ankara cerca di reggere gli scossoni finanziari in vari modi, il più eclatante? Vendere il pane a prezzo politico, sottocosto, insomma attualmente a metà del prezzo dei negozi, dove è arrivato a 3 euro al kg per il pane comune. Lo fa in piccoli chioschi piazzati sui marciapiedi delle strade principali, ne ha realizzati altri recentemente ed ora sono 417 L'insegna dice "Pane popolare di Ankara". Il Governo della capitale ha organizzato una lotteria e così ha aggiudicato i chioschi nuovi. Il pane ed i prodotti da forno sono preconfezionati e prodotti dalla fabbrica statale. Molti sono quelli che si mettono in fila per portare a casa qualcosa. I prezzi calmierati del pane verranno mantenuti, ha fatto sapere il Governo della capitale turca, fino a quando ci saranno scorte di farina.



Ma i turchi stanno in fila anche davanti ai cambiavalute per tentare di salvare il salvabile e convertire quello che hanno in moneta forte: dollaro o euro. Con una inflazione arrivata al 36% ed in tendenza crescente, da un giorno all'altro il valore della carta moneta potrebbe arrivare a valori prossimi o pari al nulla. La Turchia sta attraversando la peggior crisi economica almeno degli ultimi 19 anni. Nel 2021 la lira ha perso il 44% nei confronti del dollaro e questo complica la vita, per così dire, agli imprenditori locali: il loro debito con l'estero ogni giorno peggiora, cresce fino a strangolarli. La bilancia commerciale turca, poi, è sbilanciata fortemente verso le importazioni con 183.000 mln di euro contro 140.000 mln di esportazioni nel 2020. Ma imprenditoria a parte, la maggioranza dei cittadini turchi non se la passano di certo bene. Il reddito pro capite, in Turchia, infatti, è sceso drammaticamente negli ultimi 10 o 12 anni. Se nel 2010 era di 12.614,78 dollari, nel 2020 era di appena 8.538,17 dollari, le stime per il 2021 appena concluso sono in netto ulteriore calo. Tanti prodotti di largo consumo provengono dall’estero e grazie alla fenomenale impennata dell'inflazione costano sempre di più, si riduce così il potere d’acquisto di chi ha redditi in valuta nazionale. Per questo la corsa al cambio.



Questa situazione, nella quale si fa ricorso al rifugio nelle monete forti, non giova di certo alla lira turca e così da diverse settimane il presidente Recep Tayyip Erdogan ha emanato misure di emergenza per cercare di tutelare i risparmi dei suoi cittadini e di non far precipitare a picco l'economia turca. Lo Stato si sta accollando l'onere di rimborsare l’eventuale differenza tra la perdita di valore della lira e i tassi di interesse pagati sui conti in banca. Questo provvedimento ha avuto l’effetto di invertire temporaneamente (circa un mese fa) la discesa della lira, una risalita è stata favorita anche da un massiccio intervento della banca centrale turca che ha venduto dollari e comprato lire.





Infine il governo turco (la scorsa settimana) ha invitato la popolazione a depositare, come in tempo di guerra, l’oro in loro possesso nelle banche nazionali e a mantenere i depositi solo in lira turca, questo ha provocato una nuova picchiata della lira sui mercati. Ma il presidente Recep Tayyip Erdogan ha imposto alle aziende esportatrici di convertire in lire almeno un quarto dei ricavi realizzati all’estero, quindi in valute pregiate. Queste operazioni vengono gestite dalla banca centrale turca la Türkiye Cumhuriyet Merkez Bankası - TCMB, che in questo modo accresce i depositi in monete pregiate (in primis dollaro ed euro) e si rafforza per quel che può.



In questo quadro a molte le tinte fosche, tutte queste misure, certamente non ortodosse agli occhi di un economista, sono state prese da Erdogan allo scopo di limitare al minimo la perdita di consenso trasversale, stimata attualmente al di sotto del 36%, mai così bassa prima d'ora. E così, nell’impossibilità di alzare i tassi di interesse, mossa che tutte le banche centrali utilizzerebbero per prima contro la svalutazione della moneta e l’inflazione, Erdogan ha ordinato di fare il contrario, ossia ha ridotto dal 19% al 14% il costo del denaro negli ultimi quattro mesi. Erdogan si è appellato alla religione che chiama, a suo comodo, sempre più spesso in aiuto. Erdogan ha dichiarato che "alzare i tassi di interesse non è musulmano" ma ora deve vedersela con chi ha perduto quel tanto o poco che aveva grazie rendimenti negativi fino al -22% sui depositi bancari. E così nel 2023 ci saranno nuove elezioni ed Erdogan non se la sta passando bene in quanto a consensi. Per la prima volta l'opposizione è in testa sul partito della Giustizia e dello Svipuppo (AK Parti). Verrebbe da dire "cose da turchi!" se non fossimo, soprattutto noi europei, legati alla instabilità della Turchia sia per gli scambi commerciali che per l'enorme ricatto sui migranti.


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Mi interesso di tutto e scrivo da sempre. Difficilmente non ho un'opinione su di un argomento. Sono iscritto da quasi trent'anni all'Ordine dei giornalisti.

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